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    Qui comincia lo ottavo libro del Tesoro di Brunetto Latino, in elquale si tratta de la Rettorica che c’insegna à ben parlare, & di governare citta & popoli.

    Capitolo primo.

    Poi ch’el Maestro Brunetto hebbe compiuta la seconda parte del suo libbro, nela quale divisò assai bene, quale dee essere l’huomo morale, & com’ello dee vivere & honestamente governare se, & la sua famiglia, & le sue cose, secondo la scienza de l’Ethica, & de la Economica, de laquale elli fe mentione colà, ov’elli divisò li membri de la philosophia, & ch’elli hebbe detto quali cose disfanno la legge, & guastano la citta, à lui parve quasi una opera guasta, se elli non havesse diterminato de la terza parte, cioè de la scienza Politica. La quale insegna, come l’huomo dee governare la citta. Che citta non è altro à dire, che una gente ordinata per vivere ad una legge, & ad uno governamento. Tullio disse, ‘che la piu nobile parte di tutte le scienze di governare la citta, si è la Rettorica, cioè la scienza del parlare. Però che s’el parlare ordinate non fosse, la citta non potrebbe havere alcuno stabilimento di giustitia, ne d’humana compagnia. Et conciosa cosa, chel parlare sia dato à tutti li huomini. Tullio disse, ‘che sapienza è donata à pochi.’ Pero dico, che parlari sono di quattro ragioni.

    1. La prima si è guernito di gran senno, & di buona parlatura, & questo è lo fiore del mondo.
    2. L’altra è vota di senno & di buona parlatura, & questa è tra grande ignoranza.
    3. L’altra è vuota di senno, olii sono troppo bene parlanti; e questo è grande pericolo [*] this part has been ommitted from print, thus only listing 3 elements
    4. L’altra è vota di senno, ma elli si tacciono per povertà di loro parlare,

    & ciò richie [Page 198r] OTTAVO. 198 de aiuto. Et per queste diversità furono li savi in contentione di questa scienza, se la è di natura, o d’arte. Et alla verità dire, inazi che la torre di Babel fosse fatta, tutti gl’huomini havevano naturalmente una lingua, cioè la hebrea. [*] ‘"L'idea che prima della confusione babelica l'ebraico fosse la lingua universale e che solo tre lingue, l'ebraico, il greco e il latino, possano essere definite sacre si trova espressa chiaramente in Isidoro di Siviglia: 'Tres sunt autem linguae sacrae: Hebraea, Graeca, Latina, quae toto orbe maxime excellunt. His enim tribus linguis super crucem Domini a Pilato duit cause eius scripta' (Etym. 9.1.3)"’(Einaudi 2007). Ma poi che la diversità de le lingue venne sopra gl’huomini, sopra tutte l’altre ne sagrarono tre, cioè

    1. Hebrea,
    2. Greca,
    3. & Latina.

    Et noi vediamo che per natura,

    1. quelli che habitano in Oriente, parlano ne la gola, si come parlano li Hebrei.
    2. Li altri che sono nel mezo de la terra, parlano al palato, si come sono li Greci.
    3. Et quelli che ne le parte di Occidente parlano à denti, so come fanno l’Italiani.

    Et tutto che questa scienza sia nel parlare solamente, nientemeno ella è in ben parlare, & per tanto Tullio disse, ‘che è per natura, & non per arte.’ Però che l’huomo truova molti buoni parlatori naturalmente sanza alcuno insegnamento. Aristotile dice, ‘che ella è arte, ma è ria.’ Però che per parlare è advenuto alle genti piu male, che bene. Tullio dice, ‘che ben si accorda, che sola la parola è per natura.’ Ma dal ben parlare viene tre cose,

    1. natura,
    2. uso,
    3. & arte.

    Perche uso & arte son pieni di molto grande insegnamento, & non è altro che sapienza, et à comprendere le cose secondo ch’elle sono. Et però è ella chiamata governatrice de le cose, perche la le provede dinanzi, & menale à certo fine, & à diritta misura. Et là ove sapienza è congiunta al parlare, chi te dirà che ne possa nascere se non bene? Tullio dice, ‘che al cominciamento gl’huomini vivevano come bestie sanza propria cosa, sanza conoscimento, e sanza conoscenza di dio, per li boschi, & per li luoghi riposti sanza pastore, si che nullo guardava matrimonio, & non conosceva padre ne figliuolo. ’ Allhora fu un savio par [Page 198v] LIBBRO lante, che tanto consigliò & tanto mostrò la grandezza de l'huomo, & la dignità de la generatione, & de la discretione, ch'elli li trasse di quello malvagio nido, & ragunogli ad habitare in uno luogo, & à mantenire ragione & giustitia. Et cosi per lo bello parlare che in lui era col senno, fu questo huomo quasi secondo Idio, che rilevò el mondo per l'ordine de la humana compagnia. Et ciò ne fa manifesto l'historia di Amphion, che fece la citta di Thebe, che faceva venire le pietre & muratori, per la dolcezza del suo canto cioè à dire, che per le soe dolci parole, el trasse gl'huomini da malvagi luoghi, ov'elli habitavano, & menolli ad habitatione di quella citta. [*] ‘"Figlio di Zeus e gemello di Zeto, secondo il mito Anfione rappresenta la cultura e la civiltà, in contrasto con la forza fisica rappresentata dal fratello. Si attribuiva ad essi la costruzione della città di Tebe, per cui Anfione avrebbe mosso le pietre del Citerone solo col suono della lira" ’(Einaudi 2007). Et da l'altra parte s'accorda bene Tullio, con quello che dice Aristotile, del parlare senza sapienza. ‘Che quando l'huomo ha buona lingua di fuore, & non ha punto di consiglio dentro, la soa parola è fieramente pericolosa alla citta & alli amici.’ Dunque è provato che la scienza de la Rettorica non è in tutto acquistata per natura & per uso, ma per insegnamento & per arte. Et però dico, che ciascuno huomo dee istudiare il suo intelletto, e'l suo ingegno à saperla. Che Tullio disse, ‘che l'huomo che ha molto de le cose minori, è piu fievole de li altri animali per la disuzanza di questa una cosa, che può parlare manifestamente.’ Che quelli acquista nobile cosa, che di ciò avanza glhuomini, di che l'huomo sormonta le bestie. Ne per niente non disse el proverbio, ‘che nodritura pasce nature.’ Che secondo quello che noi troviamo ne la prima & ne la seconda parte di questo libbro, l'anima d'ogn'huomo è buona naturalmente, ma ella muta la soa natura per malvagità del corpo, nelquale ella stà rinchiusa, cosi com'el vino si guasta per la ria botte. Et quando el [Page 199r] OTTAVO. 199 corpo è di buona natura, la sua anima signoreggia & aiuta la sua bontà. Et allhora li vagliono l'arte & l'uso, però che arte l'insegna li comandamenti che à ciò si conviene, & lo uso li fa presto & aperto alla opra. Et però vuole lo maestro ricordare al suo amico le circostanze & l'insegnamento de l'arte de la Rettorica, che molto aiuteranno alla sottilita ch'è in lui per la buona natura. Ma tuttavia vi dirà inanzi,

    1. che è Rettorica, &
    2. sopra cui ella è,
    3. & poi del suo officio,
    4. & de la soa materia,
    5. & de le soe parti.

    Che chi bene sàciò, elli intende meglio el compimento di questa arte.

    De la Rettorica che cosa è, & di suo officio, & di sua arte. Capitolo.2.

    Rettorica è una scienza, che insegna dire bene pienamente le cose comune & le private. Et tutta sua intentione è à dire parole in tal maniera, che l'huomo faccia credere lo suo detto à quelli che l'odono. Et sappiate che Rettorica è sopra la scienza di governare la citta, secondo che dice Aristotile quà à dietro nel suo libbro, ‘si come l'arte di fare frenni & selle, per l'arte di cavallaria.’ L'ufficio di questa arte, secondo che dice Tullio, ‘è di parlare pensatamente, per fare credere lo suo detto & la sua fine è fare credere quello che dice, in tal maniera che sia honesta.’ Intra l'officio et la fine è questa differenza, che ne l'officio ha à pensare lo parlatore, ciò che si conviene alla fine, cioè à dire, che parli in tal maniera, che sia creduto & ne la fine pensare ciò che si conviene à suo officio, cioè à farsi credere per suo parlare. Ragione come L'officio del phisico siè di fare medicine et cure, per sanare, e'l suo fine si è sanare, et però è medicina. Et brevemente l'officio di rettorica è di parlare appesatamente, secondo [Page 199v] LIBBRO l'insegnamento de l'arte. El fine è quella cosa, perche egli parla. La materia di Rettorica è de la cosa, di che el parlatore dice, si come l'infermita è materia de Phisichi. Onde Gorgia disse, ‘che tutte le le cose di che si conviene parlare sono materia di questa arte.’ [*] ‘"Gorgia da Lentini, circa 485-380 a.C., sofista greco, considerato tradizionalmente il creatore dell'arte retorica, che introdusse in Grecia intorno al 428 a.C."’(Einaudi 2007). Ermagoras disse, ‘che questa materia si è le cause alle questioni. [*] ‘"Ermagora di Temno, II sec. a. C., retore Greco autore di un'Arte retorica del cui contenuto possiamo farci un'idea attraverso gli scritti di Cicerone, Quintiliano e Agostino"’(Einaudi 2007). Et disse che cause sono quelle, sopra lequali li parlatori sono in contentione d'alcuna certa gente, o d'altra cosa certa, & di ciò non dicea elli male.’ [*] ‘"Si tratta della distinzione tra cause particolari e questioni generali"’(Einaudi 2007). Ma disse elli, che questione è quello, sopra che li parlatori sono in contentione, sanza nominare certa gente. In altre cose, che appartengono à certo bisogno, si come de la grandezza del sole,& de la forma del fermamento.’ Et di ciò dice elli troppo male, che tali cose non si convvegnono à governatori di citta, anzi conviene à philosophi, che studiano in profonda scienza. Et però sono fuori de la via quelli, che pensano contare fabole, o antiche historie. Et ciò che l'huomo può dire, è de la materia di rettorica. Ma ciò che l'huomo dice di sua bocca comanda per lettra pensatamente per fare credere, o per contentione di lodare, o di biasimare, o d'havere consiglio sopra alcuno bisogno, o di cosa che dimanda giudicio. Tutto ciò è de la materia di rettorica. Ma tutto ciò che l'huomo non dice artificialmente, cioè à dire per nobile parole, gravi, & ripiene di buone sentenze, o per alcuna de le cose dinanzi dette, & fuori di questa scienza, è lungi de le soe circonstanze. Et però dice Aristotile,

    che la materia di questa arte è sopra tre cose solamente, cioè,
    1. dimostramento,
    2. consiglio,
    3. et giudicio.

    Et in ciò medesimo s'accorda Tullio & dice,

    che
    1. dimostramento è, quando i parlatori biasimano huomo, o altra cosa
      1. generalemente,
      2. o particularmente.
      Io lodo molto bel [Page 200r] OTTAVO. 200 tà di femine dice l'uno, & io biasimo dice l'altro, questo è detto generalmente. Ma particularmente dice l'uno Iulio Cesare fu prode huomo dice l'altro non fu, anzi fu traditore & disleale. Et questa questione non ha luogo se non ne le cose passate, & ne le presenti. Che di quello ch'è adivenire, non può l'huomo esser lodato ne biasimato.
    2. Consiglio è quando li parlatori consigliano sopra una proposta, che è posta dinanzi da loro
      1. generalemente,
      2. o particularmente, per mostrare qual cosa sia utile, o nò.
      Dice uno di Cardinali di Roma generalmente, utile cosa è à metter pace tra christiani, non è dice l'altro. Et particularmente dice l'uno, utile cosa è la pace tra'l Re di Francia & quello d'Inghilterra, dice l'altro non è. Et questa questione non ha luogo sopra alle cose che sono adivenire. Et quando ciascuno ha dato lo consiglio, l'huomo se attiene à colui, che mostra piu ferme le sue ragioni.
    3. Et piu credevole giudicamente si è in accusare, o difendere, o in domandare, o in rifutare, per mostrare de l'huomo, o d'altra cosa
      1. generalmente,
      2. o particularmente,ch'elle siano giuste, o nò.
      Io dico, generalmente l'uno dice che tutti i ladronni debbeno essere impiccati, dice l'altro non debbono. Dice l'uno, quelli che governa bene la citta, dee havere buono guidardone dice mattamente l'altro non dee. Ma particularmente dice l'uno, che Golias dee essere impiccato, però che gliè ladrone, non è dice l'altro. Ho dimandato guiderdone, però che feci lo prò del comune, non hai dice l'altro. O risponde per aventura tu hai diservito pena. Et questa questione non ha luogo, se non ne le cose passate. Che nullo dee essere dannato ne guiderdonato, se non per le cose passate.

    Ma di ciò si tace el maestro per divisare le parole di rettorica.

    [Page 200v]LIBBRO

    De le cinque partie de la Rettorica. Cap.3.

    Tullio dice,

    che in questa scienza ha cinque parti,cioè
    1. trovamento,
    2. [*] Inventioordine,
    3. [*] Dispositioelocutione,
    4. [*] Elocutiomemoria,
    5. [*] Memoria& parlare.

    [*] ‘"Per esigenze di precisione, qui e in seguito i termini tecnini della retorica (tutti spiegati nel testo) sono resi nella traduzione con le corrispondenti forme latine"’(Einaudi 2007). Boetio dice, ‘che queste cinque cose si sono de la sustanza del parlare, che se alcuna ne mancasse non sarebbe compiuto.’ Cosi com'el fondamento, le parete, e'l tetto sono parte de la casa, sanza lequali non è compiuta la casa.

    1. Trovamento [*] Inventio è uno pensamento di trovare nel suo cuore cose vere, o verisimili, à provare sua materia, & questo è fondamento et fermezza di tutta questa scienza. Che inanzi che l'huomo dica ò scriva, dee trovare la ragione & li argomenti, per provare suo detto, & per farli credere à colui con cui parla.
    2. Ordine [*] Dispositio è istabilire suoi detti & suoi argomenti, che hae trovati ciascuno in suo luogo, acciò che possano meglio valere, cioè à dire, che inanzi dee mettere le forti ragioni intorno al cominciamento, & nel mezo le fragili, & ne la fine li argomenti, ne quali elli piu si fida, ch'el suo adversario non vi possa dire parola contraria.
    3. Elocutione [*] Elocutio è lo ritorno del parlare & di sentenze advenevoli, acciò ch'elli truova. Che trovare et pensare poco varrebbero sanza accordare le parole à sua materia. Che le parole debbono seguire la materia, & non la materia le parole. però ch'el motto, o una buona sentenza, o proverbio, o una similitudine, o uno essempio ch'è simile alla materia, conferma tutto el suo detto, & fallo bello & credevole. Et però el parlatore quando tratta d'hoste, o di fornimento, dee dire parole di guerra, o di vittoria. Et in dolore, parole di cruccio. Et in gioia, parole d'allegrezza.
    4. Memoria [*] Memoria si è ricordarsi fermamente di quello, che elli ha pensato, & messo in ordine, però che tutto sarebbe niente, se non se ne ri [Page 201r] OTTAVO. 201 cordasse quando'elli è venuto à parlare. Et non pensi nessuno che ciò sia naturale memoria, ch'è una virtu de l'anima, che si ricorda di ciò che noi apprendiamo per alcuno senso del corpo, anzi è memoria artificiale, che l'huomo imprende per dottrina di savi, à ritenere ciò che pensa, & apprendere per l'opera, & à dire ciò ch'egli ha trovato & stabilito nel suo pensiero & ne le avenevolezza del corpo, & de la voce, et del movimento, secondo la dignità de le parole.
    5. [*] Pronuntiatio Et al vero dire, quando el dicitore viene à dire lo suo conto, elli dee molto pensare sua materia & suo essere. Altrimenti dee portare suo membra, & suo cera, & suo sguardo in dolore che in letitia, & altrimenti in uno luogo, che in un'altro. Et però dee ciascuno guardare ch'elli non leva la mano verso gliocchi ne la fronte, in maniera che sia riprensibile.

    Et sopra questa materia vale la dottrina, ch'è qua à dietro, nel libbro de vitij & de le virtu, nel capitolo de la guardia.[*] ‘"Cfr. 2.61"’(Einaudi 2007).

    Di due maniere di parole, con lettre & con bocca. Cap.4.

    Apresso dice il maestro, che la scienza de la Rettorica è in due maniere.

    1. L'una si è dire con bocca.
    2. L'altra si è mandare per lettre.

    Ma l'una & l'altra maniera può essere diversamente, s'ella è per contentione, & sanza contentione, non appartiene à rettorica, secondo che Aristotile &Tullio dissero apertamente. Ma Gorgias disse, ‘che tutto che li parlatori dicono apertamente, è Rettorica.’ Boetio disse, ‘che si accorda acciò, che ciò che à dire si conviene, puote essere materia de lo dettatore.’ Et chi bene vuole pensare la sottilità di questa arte, si truova che la prima sentenza è di maggiore valore. Però chiunque dice di bocca, o manda lettre ad alcuno, elli fa per muovere el cuore di colui, o à credere, o [Page 201v] LIBBRO ad volere quello che dice, o nò. Et se elli nol da, io dico che suo detto non appartiene alla scienza di rettorica, anzi è del comune parlare de li huomini, che sono sanza arte, o maestria. Et questo sia dilungato da noi, & rimanga alla semplicità de villani, & del minuto popolo, però che à loro non appartengono le cittadine cose. Ma s'elli fa artificialmente per movere lo cuore, di colui à cui elli parla, o manda lettra, conviene che ciò sia in pregio, o in dimandare alcuna cosa, o per consiglio, o per minaccie, o per conforto, o per comandamento, o per amore, o per altre simigliante cose, elli sà bene che colui à cui manda lettra sarà defensione contra quel che elli manda. Et però li savi dettatori confermano le loro lettre con buone ragioni et con forti argomenti che l'aiutano à ciò ch'elli vuole, si come fosse alla contentione dinanzi lui. Et cotale lettra appartiene à rettorica, cosi come le canoni, ne le quali l'uno amante parla all'altro, si come si fosse dinanzi à lui alla contentione. Et pero potemo noi intendere, che contentione sono in due modi.

    1. o in aperto, quando l'huomo se difende per bocca, o per lettre.
    2. o non in aperto, quando l'huomo manda lettra fornita di buoni argomenti contra alla difesa, che pensa che l'altro habbia.

    Et tutte le contentioni appartengono alla rettorica, cioè de le cosi cittadine, & de le bisognose à principi de le terre, & de le altre genti. Et non di fabole, ne del movimento de l'anno, ne del compasso de la terra, [*] ‘"Cfr. 1.109.1"’(Einaudi 2007). ne del movimento de la luna, ne de le stelle, però che di tale contentione non si intramette questa scienza.

    Del contendimento che nasce de le parole scritte. Cap.5.

    Però appare

    che tutte le contentioni,
    1. o elle sono per parole scritte,
    2. o elle sono per parole à bocca,

    secondo [Page 202r] OTTAVO. 202 che Tullio disse. Et quello ch'è per parole scritte, puote essere in cinque modi.

    1. Che alcuna volta el parlare non si accorda alla sentenza di colui che la scrive.
    2. Et alcuna volta due parole in due luoghi spesso si discordano intra loro.
    3. Et alcuna volta pare, che quello ch'è scritto significhi due cose, o piu.
    4. Et alcuna volta adiviene, che di quello ch'è scritto l'huomo trahe senno & essempio di quello che debbia fare in alcuna cosa, che non sia scritta.
    5. Et alcune volta è la contentione su la forza d'una parola scritta, per sapere quello ch'ella significa.

    Come tutte contentioni nascono in quattro cose. Cap.6.

    Da altra parte c'insegna Tullio,

    che tutte contentioni, o di bocca, o di scritta nascono
    1. del fatto,
    2. o del nome di quel fatto,
    3. o di sua qualita,
    4. o di suo mutamento.

    Perche se l'una di queste quattro cose non fosse, non vi potrebbe nascere contentione.

    1. Io dico che tu hai alcuna cosa fatta, & si te mostrerò alcuno segno, per provare che tu l'habbi fatto in questa maniera. Tu uccidesti Giovanni, ch'io ti viddi trarre lo coltello sanguinoso del suo corpo. Ma tu di che non vi fosti, & dici che non l'hai fatto ne ucciso. & cosi nasce la contentione del fatto intra me & te, ch'è molto grave & forte à provare, però che l'uno ha altresi forti argomenti, come l'altro.
    2. La contentione che nasce del nò si è, quando ciascuno de le parti cognosce el fatto, ma elli sono in discordia del nò, in questa maniera. Io dico che questo huomo ha fatto sacrileggio, però che ha imbolato uno cavallo dentro ad una chiesa. Dice l'altro. Questo huomo non è sacrilego, anzi è ladrone, & cosi nasce la contentione per lo nò nel fatto. [Page 202v] LIBBRO Et sopra ciò si convien pensare, che è l'uno & l'altro. Che sacrilegio si è furare le cose sagrate di luogo sagrato. ma tutte maniere d'inbolare è ladronezzio. Et à questa contentione conosce l'huomo lo fatto. ma elli sono in discordia del nome di quel fatto solamente.
    3. La contentione che nasce de la qualitade si è, quando l'huomo conosce el fatto, cioè de la forza, & de la quantità, & de la comparatione. Ragione come. Io dico che questo è uno crudele fatto, o che è piu crudele, che non è quello altro, o che questo è ben fatto secondo ragione & secondo giustitia, & l'altro dice che non è. Et quando Catellina disse. A Tullio, ‘che non era tanto valuto al comune di roma, come egli.’ Et quando el senatore dicea. ‘Meno vale à destrugere cartagine, che lassarla.’ Et quando Giulio cesare dicea. ‘Io cacciai Pompeo giustamente.’ Io dico che le questioni tutte nascono de la qualità del fatto, & non del fatto et del suo nò.
    4. La contentione che nasce del mutamento si è, quando uno comincia una questione, & l'altro dice che la dee essere rimossa. però che non si mutò contra colui à cui doveva, [*]
      ‘"Cioè davanti a quei giudici che dovrebbero giudicare quella tale cause, come specifica Cicerone, De inv. I, 16."’(Einaudi 2007).
      [*] SeeCicero's "De inventione" I, 16. o nò davanti quella legge, o di quel peccato, o di quella pena. La contentione che nasce de la qualità del fatto, come ch'el fatto sia. Tullio dice. ‘Ch'ella si divide in due parti.’
      1. L'una si è diritto, che pensa de le cose presenti, & de le futture secondo l'uso del diritto del paese. Et à provare ciò si si travagliano i parlatori per la comparatione che à loro cade à fare de le simiglianti cose, o de le contrarie.
      2. L'altra si è di legge che considera solamente ne le cose passate secondo legge scritta.

    Et in ciò basta à dire quello ch'è scritto ne la legge, secondo uso de le cose giudica [Page 203r] OTTAVO. 203 te s'elle sono giustamente fatte, o contra à giustitia. Et d'uno huomo s'egli è degno di pena o di merito. Et questa medesima ch'è de la legge si è doppia chiara. Che per sua chiarezza mostra inmantenente se la cosa è bona o ria, o di ragione o di torto. Et è unaltra improntezza, [*] ‘"Si rende 'emprunteresce' (da 'emprunter', 'prendere in prestito' con il tecnicismo 'assuntiva', usato da Brunetto Latini nella rettorica (cfr. TLIO s.v. assuntivo: "Detto di quella parte dell'argomentazione che si basa sull'esposizione di prove oggettive")"’(Einaudi 2007). che per se non ha nulla difesa, s'ella non l'impronta di fuori. El suo impronto è in 4. maniere,

    1. o per conoscenza,
    2. o per rimutanza,
    3. o per vendetta,
    4. o per comparatione.

    1. Conoscenza si è, quando non nega ne non difende lo fatto, anzi dimanda che l'huomo li perdoni. Et può ciò essere in due maniere.
      1. L'una sanza colpa,
      2. & l'altra per preghera.
      Sanza colpa è, quand'elli dice che nol fece scientemente, anzi per non sapere, o per necessità, o per impacciamento, & preghera, & quand'elli prega che li perdoni la sua offesa, & questo non adiviene spesse volte.

    Di rimutamento di molte maniere. Cap.7.

    1. Rimutanza si è, quando l'huomo si vuole cessare del misfatto ch'elli non fece, & ch'elli non v'hebbe colpa, anzi lo mette sopra un'altro. Et cosi si sforza di rimutare lo fatto & la colpa da se ad un'altro. Et ciò può essere in due maniere,
      1. o mettendo sopra l'altro la colpa o la cagione, et mettavi lo fatto. Et certo la cagione & la colpa mette elli sopra all'altro, quando dice, ciò ch'è adivenuto è adivenuto per la forza, & per la signoria, che quel altro havea sopra colui che si difende.
      2. Lo fatto puot'elli mettere sopra un'altro, quando elli dice che nol fe, ne non fu fatto per colpa ne per cagione di lui. Ma elli mostra che quello altro lo fece, però che potea & dovea farlo.
    2. Vendetta si è, quando l'huomo conosce bene ch'el fe ciò che l'huomo dice di lui. ma non mostra che ciò fu fatto ragionevolmente, & perciò è vendetta, [Page 203v] LIBBRO perche dinanzi havea elli ricevutolo perche.
    3. Comparatione è quando conosce che fe quello che l'huomo gli oppone, ma elli non monstra ch'elli lo facesse per compire unaltra cosa honesta, che altrimenti non potrebbe essere menato à buono fine.

    Di che l'huomo de considerare in sua materia. Cap.8.

    Anche ne insegna Tullio che noi pensiamo sopra questa nostra materia, de la quale noi dovemo parlare, o scrivere lettere, s'ella è simplice d'una cosa solamente, o di molto. Et poi che noi havemo considerato diligentemente lo conoscimento de la contentione, & tutto suo essere, et le sue maniere, anche ci conviene sapere, che et come è la questione, & la ragione el giudicamento, el confermamento de la contentione.

    Come dee essere stabilito l'intendimento. Cap.9.

    Per questo insegnamento ch'el maestro divisa qua adietro, dovete noi intendere, che contentione non è altra cosa, che la discordia ch'è intra due parti, o intra due dettatori, si come l'uno dice ch'elli ha detto, & l'altro dice non ha. Et quando sono aciò venuti, all'hora si conviene vedere s'elli ha diritto, o se no, & quest'è la contention de la questione. Ma però che poco si vale à dire ch'elli ha diritto, se non mostra ragione, perche conviene che dica inmantenente la propria ragione per la quale elli si si credea havere diritto ne la sua quistione, pero che s'elli non dicesse inmantenente, sua quistione per mala difesa sarebbe fievole. Et quando elli ha detto la sua ragione, per infievilire la ragione, che l'altro mostra, et per avvilire sua difesa. Et all'hora nasce el giudicio sopral detto de l'uno & de l'altro, per giudicare se quelli ha diritto, [Page 204r] OTTAVO. 204 per la ragione che elli ha dimostrate. Et quando sono aciò venuti, inmantenente dicono loro confermamento, cioè à dire, li forti argomenti & le bone ragioni, che piu vagliono à giudicamento. In questa maniera ordinano li savi le lettere & le parole, per mostrare el dritto, & per confermare la ragione. Et sappiate, che tutte maniere di contentioni, tanto quanto elli hanno discordia & di capitoli quistionali, altretanto vi conviene havere di quistione & di ragione & di giudicio & di confermamento. Salvo che quando la contentione nasce del fatto di che l'huomo conosce, lo certo giudicio non può essere sopra la ragione, però chi nega, & non assegna nulla di sua negatione, all'hora el giudicamento sopra la ragione solamente, cioè à dire s'egli fece ciò ò nò. Et non dee l'huomo pensare che questo insegnamento sia follemente donato in su le contentioni, che sono in piato o in chorte, anzi sono in tutti fatti che l'huomo dice, consigliando o pregando, o in messagio, o in altra maniera. Et in lettere che l'huomo mandi altrui, osservi questo medesimo ordine, perche non ti domanda elli quello che vuole, & questo si è come quistione, perche elli è in questione & in paura che l'altro si difenda per alcune ragione contra sua richiesta. Et però dice elli la ragione inmantenente, per la quale l'altro debbia fare ciò che chere. Et perche l'altro non possa infievilire con quella ragione mette elli forti argomenti, di quali elli si fida piu. Et alla fine de la soa lettera, da elli l'accoglimento, là ove dimanda, che s'elli fa quello ch'elli richiede, che ne nascera questo & quello. Et ciò è in luogo di giudicio & di confermamento. Ma di questo divisamento si tace el conto, per dire de l'al [Page 204v] LIBBRO tre parte di bona parlatura, ch'è dibisogno nel conto. Che alla verita dire, l'huomo non dee pensare solamente quello che de contare dinanzi. ma conviene stabilire le primaie parole & le diretane, s'elli vuole ch'el suo detto sia bene accordante à sua materia.

    Di due maniere di parlamenti, cioè in prosa & in rima. Cap.10.

    La divisione di tutti parlatori si è in due maniere.

    1. L'una è in prosa,
    2. & l'altra in rima.

    Ma la dottrina de la Rettorica è comune ad amendue. Salvo che la via di prosa è larga & piena, si come la comune parlatura de la gente. Ma lo sentiero di rima è più stretto & piu forte, si come quello ch'è chiuso & fermato di muri & di palagi, cioè à dire di peso & di misura et di numero certo, di che l'huomo non può & non dee trappassare. Che chi vuol bene rimare, dee ordinare le sillabe in tal modo, che versi siano accordevoli in numero, & che l'uno non habbia piu che l'altro. Appresso ciò li convien misurare le due diretane sillabe del verso, in tal maniera, che tutte le lettere de le diretane sillabe sieno simili, & al meno le vocali de la sillaba che và dinanzi alla diretana. Poi li conviene contrapesare la intentione. [*] ‘"Il testo è qui poco chiaro; è probabile che 'voce' (vois) valga 'parola'. e che il sintagma 'l'asent et la vois' significhi "l'accento della parola""’(Einaudi 2007). Che se tu accordi le lettere et le sillabe per rima, & non sia ritto alla intentione, si discordera. Et se ti conviene parlare ò per rima ò per prosa, guarda ch'el tuo detto non sia magro ne semplice, anzi sia pieno di diritto & di senno, cioè à dire di diritto & di sentenza. Guarda che toi motti non sieno lievi, anzi sieno di gran peso. ma non di si grande, che faccia trabuccare. Et guarda che non apportino laido nullo, anzi habbia bel colore dentro & di fuore. Et la scienza di Rettorica sia ne le tue depenture, per dare colore in rima & in [Page 205r] OTTAVO. 205 prosa. Ma guarda di troppo dipignere, che alcuna fiata è coloro lo schifare de colori.

    Hora dirà el maestro del ordine. Cap.11.

    In questa parte passata ha divisato el maestro

    1. el fondamento
    2. & la natura di questa arte,
    3. & come l'huomo dee stabilire la sua materia per ordine
    4. & per parte.

    Ma per meglio schiarare ciò ch'egli ha detto, dirà de le circunstanze, che appartengono all'ordine [*] dispositio di questa arte. Ch'elli non volse fare come fece Ciclico di cui parla Horace. [*] ‘"Brunetto Latini interpreta come nome proprio l'aggettivo 'cyclicus': cfr. Orazio, Ars 136-38: 'nec sic incipies, ut scriptor cyclicus olim: | 'fortunam Priami cantabo et nobile bellum'. | Quid dignum tanto feret hic promissor hiatu?' ('e non iniziare come fece una volta un poeta ciclico, così: La sorte di Priamo canterò e la famosa guerra. Cosa mai produrrà di degno tanta apertura di bocca questo borioso?'); Orazio allude ai cicli epici post-omerici artificialmente fissati in epoca alessandrina, per criticare un inizio pomposo e scorretto"’(Einaudi 2007). [*] SeeHorace "De Arte Poetica liber" ll.136-138. Elli non vuole tornare la lumiera in fumo, anzi del fumo fara lumiera. Che tutto quello che dice per circunstanze, mostrara per essempio. Et voi havete nel cominciamento di questo libbro. che poi che l'huomo ha trovato nel suo cuore quello chel vuol dire, si dee ordinare suo detto per ordine, cioè à dire ch'elli dica ciascuna cosa in suo luogo. Et questo dire ordinato [*] dispositio è in due maniere.

    • L'una è naturale, [*] ordo naturalis
    • & l'altra artificiale. [*] ordo artificialis

    La naturale [*] ordo naturalissene và per lo gran camino, ne non esce ne d'una parte ne d'altra, cioè à dire, le cose secondo ch'elle furo del cominciamento alla fine, quel dinanzi dinanzi, quel di mezo di mezo, & quel de la fine dirietto. Et questa maniera di parlare è sanza grande maestria d'arte, & però non sene intramette questo libbro.

    Del parlare artificialmente. Cap.12.

    L'Ordine del parlare artificiale [*] ordo artificialis non si tiene al gran camino, anzi ne và per sentieri, & per dirizzamento, ch'el mena piu avacciamente là ov'elli vuole andare. Ch'elli non dice ciascuna cosa secondo ch'ella fue, anzi muta quel dinanzi nel mezo o dirieto nel suo dire, & non disavedutamente, ma con senno, per affermare sua intentione. Et però muta el [Page 205v] LIBBRO parlatore spesse volte el suo prologo, & suo conditioni, & l'altra parte del suo conto, & non le mette nel naturale luogo, anzi là ov'ellino piu vagliono. Però che le piu ferme cose si vogliono mettere al cominciamento & alla fine, ele piu fragile nel mezo. Et quando tu vuoli rispondere à tuo avversario tu dei cominciare tuo conto alla sua diretana ragione ne la quale elli per avventura piu si fida. Simigliantemente è di colui che vuole contare una vecchia storia, elli è buono lasciare lo suo diritto sorso, & variare suo ordine, in tal modo, paia nuova. Et questo medesimo vale molto in sermonare, & in tre cose,

    • che l'huomo dee guardare alla fine,
    • ciò che piu piaccia,
    • & ciò che piu si muova gl'uditori.

    Et questo ordine artificiale [*] ordo artificialis è diviso in. 8. maniere.

    1. La prima si è à dire al cominciamento quello che fu alla fine.
    2. La seconda è à cominciare à quel che fu nel mezo.
    3. La terza si è fondare lo tuo conto ad un proverbio.
    4. La quarta si è fondare secondo che segnalo mezo del proverbio.
    5. La quinta si è fondare la fine del proverbio.
    6. La sesta è fondare tuo conto secondo la significatione de la fine e de l'essempio.
    7. La settima si è fondare secondo la significatione del mezo de l’essemplo.
    8. L’ottava si è fondare tuo conto secondo la significatione de la de l’essempio.

    1. La fine de la cosa comincia quelli che dice, adivegna ch'el sole quando si colca ci lasci iscura notte, la mattina torna chiara & lucente. Et quello che dice. Abraam quando volea uccidere lo figluolo, per rendere sacrificio à dio, l'angielo li recò un montone per fare lo sacrificio. El simile fece Virgilio, quando cominciò la storia di Troia & di Roma, che cominciò lo suo libbro da Enea quand'elli fuggi de [Page 206r] OTTAVO. 206 la destrutione di Troia. [*] See "Aeneid," Books I-III.
    2. Nel mezo de la cosa comincia quelli che dice. Abraam lasciò lo suo servo col somiere à pie del monte, perche non volea ch'elli sapesse sua volontà.
    3. La similitudine del cominciamento del proverbio comincia quelli che dice, molto serbe grande merito, chi ha buona fede serve volentieri & vaccio si come Abraam fe, che quando dio gli comandò ch'egli uccidisse lo suo figliuolo, incontanente andò à compire lo suo comandamento.
    4. Alla signigicanza del mezo del proveribio comincia quelli che dice. Lo servo non dee sapere lo secreto del so signore, & però lasciò Abraam lo suo servo, quand'elli andò sul monte per fare suo sacrificio.
    5. Secondo la fine del proverbio comincia quelli che dice. Non è degna cosa che intera fede perda suo merito, et però liberò dio Abraam del suo sacrificio.
    6. Secondo che significa lo cominciamento d'uno essempio, comincia quelli che dice, buono arbore da buon frutto, et però volse idio, ch'el figliuolo d'Abraam fosse messe sopra al suo altare, che non vi morisse.
    7. Alla significanza del mezo de l'essempio comincia quelli che dice. L'huomo dee trarre del grano ogni mal seme, aciò che lo pane non sia amaro. Et però lasciò Abraam lo suo servo, perche no li impacciasse lo suo sacrificio.
    8. Alla significanza de la fine de l'ssempio comincia quelli che dice, si com'el sole non perde la sua chiarezza per la notte, cosi el figliuolo d'Abraam non perdè sua vita per lo sacrificio del suo padre, anzi tornò bello & chiaro, si com'el sole quando si leva.

    Hor havete udito diligentemente com'el parlatore può dire el suo conto secondo ordine naturale, [*] ordo naturalis & com'elli puote dire secondo ordine artificiale [*] ordo artificialisin otto maniere. [Page 206v] LIBBRO Et sappiate, che proverbi & essempi che si accordano alla materia, sono molto buoni, ma non siano troppo spessi, perche allhora sarebbero elli gravi & sospetti.

    Come lo parlatore dee considerare la sua materia dinanzi che dica ò scriva suo conto. Cap.13.

    Apresso conviene che tu guardi in tua materia quattro cose se tu vuoli essere buono parlatore, o bene dettare saviamente lettre.

    1. La prima si è, che se tu hai materia lunga, o scura, che tu la debbi abbreviare per parole brevi & intendevoli.
    2. La seconda si è, che se tu hai materia et breve & oscura, che tu la debbi crescere & aprire bellamente.
    3. La terza si è, che se tu hai materia lunga & aperta, tu la dei abbreviare & rinforzare di buoni motti.
    4. La quarta si è, che se tu hai materia breve & lieve, tu la dee allogare & ornare avenevelmente.

    Et in questa maniera dei tu pensare in te medesimo & conoscere se la materia è lunga, o breve, ò scura, si che tu possi ordinare ciascuna secondo suo ordine. Che materia si è come la cera, che si lascia menare crescere & mancare à volontade del maestro.

    Come l'huomo può crescere el suo conto in otto maniere. Cap.14.

    Se tua materia è da crescere, puoila crescere in otto maniere, che si chiamano colori di Rettorica.

    1. Onde la prima si chiama ornamento, che tutto ciò che l'huomo può dire in tre modi, o in quattro in poche parole, elli l'accrescono per parole piu lunghe & piu avenevoli che dicano. Iesu christo nacque de la vergine Maria. Lo parlatore che vuole ciò ad ornare, dira cosi. Lo benedetto figliuolo di dio prese carne de la gloriosa vergine Maria, che tanto vale à dire, come [Page 207r] OTTAVO. 207 quel poco dinanzi. O se io dicesse. Iulio Cesare fu Imperadore di tutto'l mondo. El parlatore ch'el suo detto vorrà crescere, dirà cosi. Lo senno e'l valore del buono Giulio cesare sottommesse tutto'l mondo à sua suggestion, & fu Imperadore & signore in terra.
    2. La seconda si chiama torno,[*] perifrasi che là ov'è tua materia è tutta breve, tu cambierai li propi moti, & muterai li nomi de le cose & de le persone in molte parole bellamente intorno, & farai punto al tuo detto, & riposserai el tuo spirito, tanto quanto tu allogherai tuo detto, & in senno & in parole. Et questo può essere in due maniere,
      1. o ch'elli dica la verità chiaramente. Et allhora se vuoli dire, el si fa di, dirai. Et comincia gia el sole à spandere li razi suoi sopra la terra.
      2. O che li lascia la verità per suo ritorno, che tanto vale secondo l'Apostolo che dice. ‘Elli hanno rimutato l'uso ch'è di natura, in quello uso ch'è contra natura,’ [*]
        ‘"Rm I.26: 'nam feminae eorum inmutaverunt naturalem usum in eum usum qui est contra naturam'"’(Einaudi 2007).
        perciò ritornò l'Apostolo et schivà una laida parola, che elli volea dire, & disse quello che tanto vale.
    3. Lo terzo si è colore per accrescere tuo detto, & chiamasi comparatione. & questo è il piu bello accrescere, e'l piu avenevole, ch'el parlatore faccia. Ma egliè diviso in due maniere,
      1. cioè coverta
      2. & discoverta. Che discoverta si fa conoscere per tre moti, che significano comparatione, cioè
        1. piu,
        2. & meno,
        3. & tanto.
        1. Per questo moto piu, dice l'huomo cosi. questo è piu forte chel leone.
        2. Per questo moto meno, dice l'huomo cosi. questo è meno cruccevole chel colombo.
        3. Per questo moto tanto, dice l'huomo cosi. questo è tanto codardo quanto lepre.
      3. La seconda maniera ch'è coverta, non si fa conoscere à questi segni, & ella non viene in sua figura, anzi mostra un'altra significanza di fuori, & è quasi giunta con la verità dentro, come s'elle fos [Page 207v] LIBBRO se de la materia medesima. D'uno huomo pigro io diro, questo è una testugine. Et d'uno usnello io diro, questo è un vento. Et sappiate, che questa maniera di parlare è molto buona, & molto cortese, & di buona sentenza. Et puolla l'huomo melto trovare ne detti de savi.
    4. Lo quarto colore si chiama lamento, però che l'huomo parla si come gridando et piangendo di cruccio o per disdegno, o per altre cose simiglianti. Ragione come. Hai natura? perche facesti tu lo Re giovane, si pieno di tutti buoni atti, quando'l dovevi cosi tosto lasciare? Hai mala morte? hor fossi tu disfatta, quando tu n'hai portato lo fiore del mondo.
    5. Lo quinto colore ha nome fattura, però che l'huomo fa una cosa che non ha podere, ne cura di parlare, si come se la parlasse. Si come noi potemo vedere de le genti che ciò dicono di bestie, o d'altre cose si como havessere parlato. Et questo è si intendevole, ch'el maestro non intende à ciò porre alcuno essempio.
    6. Lo sesto colore si chiama trapasso, però che quando el parlatore ha cominciato suo detto per dire suo conto, elli se ne parte un poco & trapassa ad un'altra cosa ch'è simigliante à sua materia. Et all'hora è elli buono & utile. Ma se quel trapasso non è bene accordante à sua materia, certa ella sarà malvigia & dispiascevole. Et però fe bene Iulio Cesare quando elli volse difendere quelli de la congiuratione di roma, elli fe suo trapasso al perdono, elquale i loro antichi haveano per adietro fatto à quelli di Rodes e di cartagine. Et cosi fe elli quando li volse giudicare à morte, egli contò Manlio torquato come elli giudicò à morte so figliolo. Altresi trapassa l'huomo spesse volte alla fine, o al mezo di sua materia per rinovare quello che parea vecchio, o per altra buona ragione.
    7. 208Lo settimo colore si chiama dimostramento, & dice la proprietà & segni de la cosa & de l'huomo che si appartenga di provare à sua materia, sicome la scrittura dice. ‘Elli havea ne la terra di Hus uno huomo, che havea nome Iob, semplice diritto & temente Idio.’ Cosi fe Tristano, quando divisò la belta di Isotta, suo capegli disse risplendono come fila d'oro, la sua fronte sormonta sopr'al giglio, sue nere ciglia sono piegate come piccioli arconcelli, et una picciola via li diparte mezo lo suo naso, & si per misura, che non ha piu ne meno, suoi occhi sormontano tutti smeraldi lucenti nel suo viso come due stelle, sua faccia seguita la beltà de l'aurora, perche la ha di vermeglio et di bianco insieme, che l'uno colore con l'altro non risplende malamente, la bocca picciola, & labbra spesse & ardenti di bel colore, et denti piu bianchi che avorio, & sono posti per ordine et per misura, ne pantera, ne pesce non si puo comparare al suo dolce fiato de la sua bocca, [*]
      ‘"Per il profumo della pantera cfr. I.193.I"’(Einaudi 2007).
      lo mento è assai piu pollito che marmo, latte dà colore al suo collo, & cristallo risplende alla sua gola, de le sue spalle escono due braccia forti, & lunghe, & bianche mani, & le dita grandi & ritonde, ne le quali risplende la beltà de l'unghie, lo suo petto è ornato di due belli pomu di paradiso, et sono com'una massa di neve, & è si isnella ne la cintola, che l'huomo la potrebbe à vincere con le mani. Ma io tacerò de l'altre parte de le membra, dentro de le quali lo cuore parla meglio, che la lingua.
    8. Lo ottavo colore si chiama addoppiamento, però ch'el parlatore addoppia lo suo conto, & dicelo due volte insieme. Et questo è in due maniere.
      1. L'una si è che dice sua materia, & immantenente lo ridice per lo contrario del suo detto. Io voglio dire d'uno huomo [Page 208v] LIBBRO ch'elli è giovane, cioè addoppierò mio dire in questa maniera. Questo giovane non è vecchio, & questo dolce non è amaro.
      2. L'altra maniera dice sua materia, et inmantenente ridice altre parole, che cessano el contrario di quello ch'elli havea detto in questa maniera. Vero è che questo huomo è giovane, ma el non è folle. & tutto chel sia nobile, elli non è orgoglioso. egliè largo, & non guastatore.

    Hor havete udito come l'huomo puote accrescere la sua materia, & allongare suo detto, che di poco se cresce molta biada, & picciola fontana comincia gran fiume. Et però è ragione, ch'el maestro mostri come l'huomo può abbreviare suo conto, quando è troppo lungo. Et ciò mostrerà elli qui inanzi, là ov'elli dirà del dire. [*] See Cap.40 Qui tace lo mastro de la dottrina del gran parlare, cioè à dire d'uno conto & d'una pistola che tu vuoli dire, o fare sopr'alcuna materia che viene. Ch'el maestro chiama parlatura lo generale nome di tutti detti. Ma tutti i conti sono messi in uno solo detto, o in una sola lettra, o altre cose, che l'huomo s'usa in materia.

    De le parti del conto, & come el parlatore dee stabilire li suoi detti per ordine. Cap.15.

    Le parti del conto, secondo che Tullio c'insegna sono 6.

    1. El prologo.
    2. [*] The second element is missing, it should be "l'esposizione del fatto," as according to Einaudi 2007, or simply 'el fatto.' See Cap. 16. For a similar 'lacuna' see 197V.
    3. El divisamento.
    4. El confermamento.
    5. El differamento.
    6. Et la conclusione.

    Ma i dettatori, che dittano le lettre per arte di Rettorica, dicono, che in una lettra non è mai che. 5. parti, cioè,

    1. saluto,
    2. prologo,
    3. fatto,
    4. la dimanda,
    5. &la conclusione.

    Et se alcuno dimanda, perche è discordia tra Tullio e dettatori? Io dico, che la discordia è per sembianza, & non per verita. Che dove i dettatori dicono che la salute è la prima parte de la lettra. Tullio intese et [Page 209r] OTTAVO. 209 volse, che salute fosse sotto'l prologo. Che tutto ciò che l'huomo dice dinanzi al fatto, & come apparecchiare, chiara sua materia, & è prologo. Ma li dettatori dicono, che la salute è porta del conto & suoi occhi, & però li danno l'honore de la prima parte di lei, & ambascia. però che mandare lettre, o messi, tutto và per una via. Et d'altra parte che Tullio chiama el divisamento, li dettatori la comprendono sotto'l fatto. Et quella che Tullio chiama confermamento, li dettatori la comprendono sotto loro dimanda. Et per meglio intendere li nomi de l'uno & de l'altro, & per conoscere l'intentione di Tullio & glialtri dettatori, volse el maestro dichiarare hora le significationi de l'uno & de l'altro, & di ciascuno parte lo suo nome.

    De le sei parti del conto à parlare di bocca. Cap.16.

    1. Prologo è cominciamento & la prima parte del conto, che dirizza & apparecchia la via e'l cuore à coloro à cui tu parli, ad intendere ciò che tu dirai.
    2. Lo fatto si è à contare le cose che furono & che non furono, si com'elle fossero. Et questo è quello quando l'huomo dice quello, su'l quale elli fermo suo conto.
    3. Divisamento si è, quando l'huomo conta lo fatto, & poi comincia à divisare le parti, & dice. Questo fu in tal maniero, & questo in tal maniera, & accresce quelle parti che sono piu utili à lui, & piu contrarie al suo adversario, & ficcale lo piu ch'elli può nel cuore di colui à cui parla. Et allhora pare che sia contra al fatto. Et questa è la cagione, perche li dettatori contano el divisamento sotto'l fatto.
    4. Confermamento è là ove il dettatore mostra le sue ragioni, & assegna tutti li argomenti che può approvare sue ragioni, & accrescere fede et credenza al suo [Page 209v] LIBBRO detto.
    5. Disfermamento è, quando el dittatore mostra le sue sue buone ragioni, & suoi forti argomenti, & che indebiliscono & distruggono el confermamento di suo adversario.
    6. Conclusione è la direttana parte del conto.

    Queste sono le parole del conto secondo la scienza di Tullio. Hora è buono contare le parti, che i dittatori dicono. Et dirà prima de la salute.

    De la salutatione de le lettre mandate Cap.17.

    Salute è cominciamento di pistole, che nomina quelli che manda & quelli che riceve le lettre, & la dignità di ciascuno, & la volontà del cuore, che quelli che manda ha contrario di colui che riceve, cioè à dire. Che se gliè suo amico, si la manda salute, & altre parole, che tanto vagliono & piu. Et se gliè nimico, elli si tacerà, & mandaralli alcuna parola coperta & discoperta di male. Et se egli è maggiore, si li manda parole di reverenza. Et cosi dee l'huomo fare à pari & à minori, come si conviene à ciascuno. In tal mmaniera, che non habbia vitio di piu, ne di falsità di meno. Et sappiate ch'el nome di colui ch'è maggiore & di piu alta dignità, dee sempre essere posto inanzi, se non è per cortesia, o per humiltà, o per altre cose simiglianti. Del prologo & del fatto, et de la lor forza ha detto lo maestro qui dinanzi la significanza, & però non dirà piu hora. Però che i dittatori se ne accordano bene alla sentenza di Tullio. Ma de la dimanda dice el maestro che l'è quella parte, ne laquale quella lettra e'l messeggio dimanda ciò che vuole, pregando, o comandando, o minacciando, o consigliando, o in altra maniera di cose, in che elli spera d'acquistare lo cuore di colui, à cui elli manda. Et quando el dittatore ha finita sua dimanda, o mostra suo confermamento, o [Page 210r] OTTAVO. 210 suo disfirmamento, elli fa la conclusione, cioè la fine del suo detto, nelquale elli conclude la forma del suo detto come gliè, & che ne può adivenire.

    De lo insegnamento del prologo secondo la diversità de le maniere. Cap.18.

    Et però ch'el prologo è signore & principe del conto, secondo che Tullio disse nel suo libbro, convenevel cosa è, che sopra ciò dia lo maestro la soa dottrina. Di che Tullio disse, ‘che Prologo è uno detto, che acquista advenentemente lo cuore di colui, à cui tu parli, ad udire ciò che tu dirai. Et questo può essere in due maniere,

    1. o per acquistare sua benivolenza,
    2. o per darli volonta d'udire suo detto.

    Et però io dico, che quando tu vogli bene fare tuo prologo, elli ti conviene inanzi considerare tua materia, & conoscere la natura del fatto, & la tua maniera. Fa dunque come colui che vuole misurare, che non corra avaccio de l'opera, anzi la misura ne la lingua del suo cuore, & comprende ne la sua memoria tutto l'ordine de la figura. Et tu guarda che tua lingua non sia corrente à parlare, ne la mano à scrivere, ne non cominci ne l'una ne l'altra à corso di fortune, ma el tuo senno tegna in mano l'officio di ciascuna, in tal maniera, che la mateeria sia lungamente ne la bilancia del tuo cuore, & dentro lui prenda l'ordine di sua via, & di suo fine. Però che i bisogni del secolo sono diversi. Et però conviene parlare diversamente in ciascuna, secondo loro maniera. Tullio dice,

    che tutti detti sono in cinque maniere,
    1. o egliè honesto,
    2. o contrario,
    3. o vile,
    4. o dottoso,
    5. o oscuro.

    Et però pensa, che tu dei altrimenti cominciare et seguire tuo conto ne l'una che ne l'altra, & altrimenti acquistare sua benivolenza & [Page 210v] LIBBRO a volontà su l'una materia che su l'altra. Et sappiate che

    1. honestà è quello, che incontanente piace à quelli che lo intendono sanza prologo, et sanza alcuno ordinamento di parlare.
    2. contrario è quello, che inmantanente dispiace per sua malitia.
    3. Vile è quello che de intendere & none intendere guari per la viltà.
    4. Et per la picciolanza de le cose dottose, in due maniere,
      1. o perche l'huomo si dotta di sua sentenza,
      2. o perche gli è d'una parte honesta & da l'altra dishonesta, in tal maniera, che la ingeneri benivolenza et odio,
    5. & non può intendere, o perche non è bene savio, o che gli è travagliato, ò per tuo detto sia si oscuro, ò coperto, o aviluppato, ch'elli non può bene conoscere.

    Di due maniere di prologi, coverti & discoverti. C.19.

    Per la diversita de detti & de le cose, sono li prologi diversi. Et sopra ciò dice Tullio,

    che tutti i prologi sono in due maniere,
    1. l'uno si chiama cominciamento,
    2. & l'altro copertura.

    1. Cominciamento è quello che in poche parole acquista la benivolenza & la volontà di coloro che l'odono.
    2. Covertura è quando il parlatore mette molte parole intorno al fatto, & fa vista di non volere quel che vuole per acquistare covertamente la benevolenza di coloro à cui parla.

    Et però si conviene sapere quale de le due parole o prologi de essere sopra ciascuna materia di nostro conto.

    Quale prologo conviene sopra nostra materia. C.20.

    La nostra materia è d'honesta cosa, si che non vuole covertura nulla. ma incontanente cominciare nostro conto, & divisare nostro affare, che la honestà de la cosa habbia gia acquistata la volontà de gl'uditori, in tal manie [Page 211r] OTTAVO. 211 ra, che per coverta non habbino à travagliare. Et non per tanto alcuna fiate è buon un bel prologo, non per acquistare gratia, ma per accrescerla. Et se noi volemo lasciare lo prologo, egli è buono à cominciare ad un buon detto, ò à uno sicuro argomento.

    Quale prologo conviene sopra contraria materia. C.21.

    Quando la materia è contraria, o crudele, o contra diritto, che tu vuoli domandare una grande cosa, o cara, o strana, all'hora dei tu pensare, se l'uditore è comoto contra te, o s'elli ha proposto nel suo cuore, di non fare niente di tua richiesta. Che se ciò fosse el ti conviene fuggire alla covertura, & colore di parole nel tuo prologo, per abbassare suo cruccio, & addolcire sua durezza, & in tal maniera, che suo cuore sia appagato, & tu n'acquisti sua gratia. Ma quando suo cuore non è guari turbato contra te, all'hora ne potrai tu passare leggiermente per un poco di buon cominciamento. Et quando la materia è vile et picciola, & che l'uditore non intende acciò se non poco, all'hora conviene che tuo prologo sia ordinato di tali parole, che diano piacere d'udire, & che n'affini tua materia, & che lo levino di sua intentione. Et quando la materia è dottosa, perche tu dimandi due cose, & l'huomo dotta de la sentenza, la quale di due cose dee essere affermata, all'hora dei tu cominciare tuo prologo alla sentenza medesima de la cosa che tu vuoli, o alla ragione, in che tu piu ti fidi. Et s'ella è dottosa, perche la cosa è d'una parte dishonesta all'hora dei tu ornare tuo prologo per acquistare l'amore & la gratia de gl'uditori in tal maniera, cha paia loro che tutta la cosa è tornata honesta. Et quando la materia è oscura [Page 211v] LIBBRO à intendere, all'hora dei tu cominciare tuo conto per parole che diano talento à gl'uditori di sapere quello che tu vuoli dire, et poi divisare tuo conto, secondo che tu pensarai che sia lo meglio.

    Di tre cose che sono bisogno à ciascuno prologo, che non può essere bono l'uno sanza l'altro. C.22.

    Per questo insegnamento potemo sapere, che in tutte maniere di prologi sopra qualunque materia elli sieno, ci convien fare una de le tre cose,

    1. o d'acquistare la gratia di colui à cui noi parliamo,
    2. in donarli talento d'udir lo tuo detto,
    3. o di saperlo.

    Che quando nostra materia è d'honesta cosa, o maravigliosa, o dottosa, nostro prologo dee essere per acquistare. Ma se tua materia è vile, all'hora dee essere per darli talento d'udire. Et quando la materia è oscura, all'hora dee essere per darli talento di sapere quello che tu lidirai. Et però è ragione ch'el maestro ci dica come ciò può essere, & in che maniera.

    De la dottrina per acquistare benivolenza. Cap.23.

    Benivolenza s'acquista da quattro parti, [*] ‘"Per Cicerone, che su questa materia interpreta i 'Topica' di Aristotele, i 'loci' (greco 'tòpoi') sono propriamente i luoghi dai quali di possono reperire proposizioni su un dato soggetto, e così scoprire gli argomenti"’(Einaudi 2007).

    1. cioè per nostro corpo,
    2. o per lo corpo di nostro adversario,
    3. o dagl'uditori,
    4. o da la materia medesima.

    1. Dal corpo nostro s'aquista, quando noi ricordiamo nostre opere o nostre dignitadi cortesemente, sanza nullo orgoglio. & sanza nullo oltraggio. Et quando l'huomo mette sopra noi alcuno biasimo ò alcuna colpa, se noi diciamo che noi nol faciemo, & che ciò non fu da parte nostra, et se noi mostramo lo male et le disaventure che sono state, & che possono adivenire à noi & à nostri, & se nostra preghiera è dolce & di buon'aria, & di pieta & di misericordia, & se noi non proferiamo di buon'aria à gl'uditori, per quest'altri sembrabili co [Page 212r] OTTAVO. 212 se & propietadi de noi et de nostri s'acquista benivolenza, secondo quello che à Rettorica s'appartiene. Et sappiate, che ciascuno huomo in ciascuna cosa ha sua propieta, per la quale l'huomo può acquistare gratia o disgratia. Et di ciò dirà lo maestro quà dinanzi, là ov'elli sarà luogo & tempo. [*] See Cap.26-30
    2. Per lo corpo di tuo avversario acquisterai tu gratia, se tu conti la proprietà di lui, che ti metta in invidia o in dispetto de gl'uditori. Che sanza fallo tuo avversario è in odio, se tu vedi che quello ch'elli ha fatto è contra diritto & contra natura, & per suo grande orgoglio, o per sua fiera crudeltà, o per troppo malitia. Altresi cade in invidia, se tu conti la forza & l'ardimento di tuo avversario, & sua possanza, & sua signoria, & sue ricchezze, & suoi huomini, et suo parenti, et suo lignaggio, et suoi amici, et suo tesoro, et suoi danari, & la sua fiera natura, che non è da sostenere, et ch'elli usa senno & suo podere in malitia, & ch'elli si fida piu di quello, che di suo diritto. Altressi vien'egli in dispetto, se tu mostri che tuo avversario sia vitioso, sanza senno, & sanza arte, & huomo lento & pegro. Et che non si studia se non ne le cose frodolenti, & che elli mette tutto il suo tempo in levità, in lussuria, in gioco, & in taverne.
    3. Per lo corpo de gl'uditori s'acquista benivolenza, se tu dici li buoni costumi, & le proprietà di loro bontà, & lodi loro & le loro opere, & dici che sempre è stato loro costume di fare tutte loro cose saviamente & arditamente, secondo idio, & secondo giustitia, & che tu ti fidi di loro, et che tutto lo mondo in buona credenza, & quello che faranno hora di questa bisogna sarà sempre in memoria et in essempio de glialtri.
    4. Per la materia acquisti tu gratia, se tu dici la proprietà et le ap [Page 212v] LIBBRO partenenze de la cosa che tu parli che afforziano & alzano tua parte, & affondino la parte del tuo avversario, & mettanla in despetto.

    Qui tace el conto à parlare de la gratia per mostrare come l'huomo dà talento à gl'uditori d'udire lo nostro detto.

    De lo insegnamento per dare talenti d'udire à gl'uditori. Cap.24.

    Quando tu parli davanti ad alcuna gente ò davanti à femina, ò tu le manti lettere, se li voi dare talento che gli in tenda tuo detto però che se tua materia è picciola & spiacevole, tu dei dire al cominciamento del prologo, che tu dirai grande novelle & gratiose, o che non paiono credevoli, ò che non tocchino à tuoi huomini, ò quelli che sono dinanzi à te, ò davanti huomo di grande nome, ò di divine cose, ò d'alcuno prò, ò se tu prometti che tu dirai brevemente in poche parole, ò se tu tocchi nel cominciamento un poco de la ragione in cui tu ti confidi. Et quando tu vuogli che l'uditore habbia talento di sapere quello che tu vuoi dire, però che la materia è oscura, ò per una cagione, ò per unaltra, all'hora de tu cominciare tuo conto alla somma de la tua intentione brevemente, cioè à dire, in quel punto, in che è la forza grande di tutta bisogna. Et sappiate che ogn'huomo che ha talento di sapere, certo ha talento d'udire. Ma ogn'huomo che ha talento d'udire, non ha talento di sapere. Et questa è la differenza tra l'uno & l'altro talento.

    Del prologo ch'è per covertura. Cap.25.

    In fin à qui ha divisato el maestro come l'huomo dee cominciare sanza prologo, che non habbia covertura nulla hora vuol divisare come l'huomo dee fare suo prologo per [Page 213r] OTTAVO. 213 maestria & per covertura. Alla verità dire quando la materia del parlatore è honesta, ò vile, ò dottosa, ò scura, elli ne può leggermente passare oltra, & cominciare suo conto per poca di covertura, secondo ch'el maestro divisa qui di sopra. Quando la materia è contraria & laida, ch'el cuore de l'uditore è commosso contra à lui, all'hora ci convien tornare alla maestrale coverta. Et ciò può essere per tre cagio ni,

    1. ò perche la materia ò quello diche elli vuole parlare non si fa à colui anzi li dispiace,
    2. ò perche tuo avversario o altro qualche sia, ch'elli fa intendere altra cosa, si ch'elli la crede in tutto ò la maggior parte,
    3. ò perche l'uditore è travagliato di molti altri, c'hanno à lui parlato dinanzi.

    Come l'huomo dee cominciare suo prologo, quando la materia spiace à gl'uditori. Cap.26.

    E se tua materia dispiace, el ti conviene coprire tuo prologo, in tal maniera, che s'elli è corpo d'huomo ò altra cosa che li dispiaccia, ò che non ami, tu tene tacerai, et nominerai uno huomo ò altra cosa, che li sia gratioso & amabile à lui. Se come fe Catellina, quando nominò gli antichi suoi, & loro buone opere dinanzi li sanatori di Roma, quando elli si voleva ricoprire de la congiuratione di Roma. Et quando elli dicea loro, che ciò non era per male, anzi per aiutare li debili & li meni possenti, se com'egli havea sempre in costume, ciò dicea elli. Et cosi dei tu bellamente fingere tua volontà, & in luogo de l'huomo che dispiace, trovarne un'altro huomo, ò un'altra cosa buona piacevole, in tal maniera, che tu li ritragghi suo cuore da quello che non li piace, acciò ch'elli debbia piacere. E quando ciò sara fatto, tu dei mostrare che tu non voglia ciò che l'huomo pensa [Page 213v] LIBBRO che tu vogli, o che tu non difensi ciò che tu vuoli difendere, secondo che fece Giulio Cesare, quando'l volse difendere quelli de la congiura, all'hora cominciò elli addolcire li cuori de gl'uditori. Et tu dei inmantenente à poco à poco acconciare tua intentione, et mostrare che tutto quello che piace à gl'uditori, piaccia à te. Et quando haverai appagato coloro à cui tu parli, tu dirai che di quella bisogna à te non appartiene, cioè à dire, che tu non facesti lo male, che un'altro lo fece, si come disse la prima amica di Paris, ne le lettere ch'ella li mandò poi ch'ella lo perde per l'amore de Helena. Io non dimando diss'ella tuo argento ne tue gioie, per ornare mio corpo. Et questo vale tanto à dire, come s'ella dicesse, tutto quello chiese Helena. [*] ‘"Si riferisce all'epistola di Enone, V delle 'Heroides' di Ovidio, in cui la ninfa, già sposa di Paride quando questi, non ancora riconosciuto come figlio di Priamo, era pastore, lamenta di essere stata abbandonata per amore di Elena dopo il giudizio delle dee. Cfr. Ovidio, 'Heroides' V, vv.81-82:'Non ego minor opes nec me tua regia tangit Nec de tot Priami dicar ut una nurus' ('Non sono abbaliata dalle ricchezze e non aspiro alla tua regia, o a essere detta una delle tante nuore di Priamo')"’(Einaudi 2007). [*] See Ovid's Epistle V Appresso dei tu negare che tu non dici di lui medesimo, che tu ne dici secondo ciò che Tullio disse. Contra vero. Io non dico che tu furasti lo castello di tuo compagno, ne tu rubasti case ne ville. Et questo vale tanto à dire, come se dicesse, tutto questo hai tu fatto. Ma tu dei molto guardare, che tu non dichi ne l'uno ne l'altro, in tal maniera, che sia discovertamente contra la volontà de gl'uditori, o contra quelli che lo amano, anzi sia si iscovertamente, ch'ellino stessi non si addieno, & che tu dilunghi i loro cuori da ciò ch'elli hanno proposto, & comuovigli à tuo desiderio. Et quando la cosa sarà à ciò venuta, tu dei ricordare uno essempio simile à proverbio, ò à sentenza, ò autorità di savi, & mostrare che tua bisogna dia simile à coloro, si come disse Cato à quelli de la congiura, che voleano struggere Roma, però che hanno fatto peggio di colui.

    Come l'huomo dee cominciare suo prologo, quando gl'u [Page 214r] OTTAVO. 214 ditori credono al suo aversario. Cap.27.

    Quando colui à cui tu parli crede ciò che tu avversario gli ha fatto veduto all'hora dei tu al cominciamento di tuo conto promettere, che tu vogli dire. Et dirai quello medesimo nel tuo avversario medesimamente, di ciò che gl'uditori hanno creduto, o tu cominci tuo conto à una de le ragioni di tuo avversario ò à quello ch'elli dice ne la fine del suo conto, o tu di che tu se timoroso come tu dei cominciare ne anche à fare sembiante d'una maraviglia, però che quando gl'uditori veggiono che tu se fermamente apparecchiato di contradire, là ove tuo avversario pensava havere turbato, elli pensaranno d'havere follemente creduto, & che el diritto sia verso te.

    Come l'huomo dee cominciare suo prologo, quando gluditori sono in travaglio. Cap.28.

    Et se gl'uditori sono in bisogno, o travagliati d'altri parlatori, all'hora dei tu promettere in anzi, di non dire se non poco, et che tuo conto sarà piu breve, che non havevi pensato, et tu non vogli seguire la maniera de gli altri, che parlano lungamente. Et alcuna fiata dei tu cominciare ad una novella cosa che li faccia ridere, si che ella sia apertamente à tuo conto, ò à una fabola, o à uno essempio, ò à una altra parola pensata ò non pensata, che sia di riso et di solazzo. Ma se è per cruccio, all'hora sarà buono cominciare una dolorosa novella, ò altre horribili parole. Che si come lo stomaco caricato di vivanda, si si scarica per una cosa amara, ò contraria per una dolce, cosi el cuore travagliato per troppo udire, si rinovella, ò per maraviglia, ò per riso. Qui tace el conto à parlare de prologi, che sono per [Page 214v] LIBBRO copertura, o sanza copertura, però che partitamente n'ha detto tutta la dottrina de l'uno & de l'altro per se. Hora vuole mostrare el comune insegnamento di ciascuno insieme.

    De lo insegnamento di tutti prologhi insieme. Cap.29.

    ‘In tutti i prologhi in qualunque maniera sieno dei tu mettere, secondo che dice Tullio, assai di buoni motti & di buone sentenze.’ Et per tutto dei tu essere fornito d'avenevolezza, però che sopra tutte cose ti conviene dire cose che ti mettano in gratia de gl'uditori. Ma elli dee havere poca di doratura & di giuoco & di consonanza, però che di tali cose nasce spesse volte una sospettione, come di cose pensate per grande maestria, in tal maniera che gl'uditori si dottino di te, & non credano le tue parole. Certo che bene considera la materia del prologo, el troverà che non è altro che apparecchiare li cuori, di coloro che debbono udire, ad udirti diligentemente tuo detto, & crederlo. Et ch'elli faccia alla fine, quello che tu li fai intendere. Et però io dico che dee essere fornito di motti intendevoli, & d'intentioni, cioè à dire d'insegnamenti di savi, o di proverbi, o di buoni essempi, ma non vogliono essere troppi, ch'elli non vuole essere dorato di lusinghe, ne di motti coverti, si che non paia cosa pensata malitiosamente, & non dei troppe parole di giuoco ne di vanità, anzi ferme & di buono sapore. Et guarda che non habbia consonanza, cioè à dire piu motti insieme l'uno dopo l'altro, che finiscano, o cominciano tutti in una mesesima lettra, o sillaba, però che quella è laida maniera di contare.

    Di sette vitij di prologhi, & primo del generale. Cap.30.

    Appresso la virtu del prologo è convenevole cosa da dire de suoi

    vitij, che sono sette, secondo che disse [Page 215r] OTTAVO. 215 Tullio, cioè,
    1. generale,
    2. comune,
    3. mutabile,
    4. lungo,
    5. strano,
    6. diverso,
    7. & sanza insegnamento.

    1. Generale è quello che l'huomo puote mettere in molti convenevolmente.
    2. Comune è quello, che l'adversario può altresi bene dire come tu.
    3. Mutabile è quello, che tuo adversario per poca mutatione può adoperare.
    4. Lungo è quello, là ove è troppo di parole & di sentenze, oltra à quello ch'è convenevole.
    5. Strano è quello, che in nulla maniera appartiene à tua materia.
    6. Diverso è quello, che fa altra cosa che tua materia richiede, cioè, che là ove tu dee acquistare gratia, tu nol fai, anzi doni talento d'udire, o di sapere, quanto tu dei parlare per covertura parole tutto discoverte.
    7. Sanza insegnamento è quello, che non fa niente di quello, ch'el maestro insegna, ne non acquista gratia, ne dà talento d'udire ne di sapere, anzi fa el contrario che vale peggio.

    Da tutti questi sette ci conviene guardare fermamente, & seguire lo insegnamento in tal maniera, che salute ne alcuna parte di prologo dia da biasimare, anzi sia gratiosa & di buona maniera.

    D'uno antico essemplo di grande autorità, lo quale fu detto per piu savij. Cap.31.

    Hora havete udito l'insegnamento che appartiene al prologo, et come el parlatore dee cominciare suo conto, secondo la diversita de le maniere, che advegnono ne bisogni del secolo. Ma perciò ch'el maestro vuole mostrare piu apertamente quello che dice, dirà elli un vecchio essempio di grande autorita, loquale fu detto per piu savi. Vero fu, che quando Catellina fe la congiura in Roma, secondo che l'historie divisano: Tullio che fe questa arte de la rettorica, & che per suo gran senno trovò la congiura, & prese [Page 215v] LIBBRO piu di quelli de la congiura, de maggiori huomini di Roma, & di piu possenti, & messeli in carcere, & la congiuratione fu scoperta, & saputa certamente. Tullio fe ragunare li Senatori, e'l consiglio di Roma, per consigliare che si dovesse fare de pregioni. Salustio disse, ‘che Decio Sillano, [*] ‘"Decimo Giunio Silano, console designato per il 62 insieme a Lucio Murena"’(Einaudi 2007). cioè uno nobile Senatore, che era eletto ad essere consolo l'anno dopo, disse prima sua sentenza, che pregioni doveano essere giudicati à morte, & glialtri che si prendessere simigliantemente. Et quando elli hebbe quasi compiuto suo conto, & che tutti glialtri s'accordavano quasi à sua sentenza, Iulio Cesare, che voleva difendere li pregioni per covertura, maestrevolmente in su questa maniera disse.’

    Come parlò Iulio Cesare. Cap.32.

    ‘Signori padri scritto è, tutti quelli che vogliono consigliare dirittamente, & dare buono consiglio de le cose dottose, non debbono guardare ira, ne odio, ne amore, ne pietà. Perche queste quattro cose posson fare partire l'huomo da la via de la dirittura, & partire dal dritto giudicio. Senno non vale là, ove l'huomo vuole seguire in tutto suo volere. Io potrei nominare assai principi, che diritta via lasciano sanza ragione, & però che ira, o pietà gli ha presi sanza ragione. Ma io voglio meglio parlare di ciò, che i savi huomini antiani hanno fatto di questa cittade alcuna volta, quando lasciavano la volontà di loro cuori, & teneano quello ch'el buono ordine insegna, & che truova lo comune profitto. La citta di Rodes era contra noi in battaglia, che noi havevamo contra preso lo Re di Macedonnia, & quando la battaglia fu finita, lo Senato e'l consiglio giudicò, che quelli di Rode non fossero distrutti, acciò che nullo dicesse, che cupidità [Page 216r] OTTAVO. 216 di loro ricchezze li destruggesse piu, che la cagione di loro fallimento. [*] ‘"Primo celebre episodio della antica clemenza romana ricordato da Cesare. Si allude alla terza guerra macedonica (171-168 a.C.), durante la quale Rodi, dopo essere stata alleata di Roma nella precedente guerra contro Antioco III di Siria, scelse fi parteggiare per il re di Macedonia. Alla conclusione della guerra, a Roma furono proposte ritorsionni contro Rodi, ma Catone, con l'orazione 'Pro Rhodesiensibus' (167 a.C.), convinse il senato a seguire la strada della moderazione e del perdono"’(Einaudi 2007). Quelli di Cartagine ci falliro, nel tempo de la guerra tra noi & quelli d'Aphrica, & ruppero triegua & pace. Et per tutto ciò nostri maestri non guardarono à quello, che elli li poteano bene distruggere, anzi li ritennero dolcemente. [*] ‘"Secondo esempio di clemenza romana. Cesare allude ad un episodio della seconda guerra punica narrato da Polibio ('Storie' XV, 2-4): Cartagine aveva teso un tranello agli ambasciatori romani, che tuttavia si erano fortunosamente salvati. Gli ambasciatori punici a Roma temettero allora una rappresaglia, ma Scipione diede l'ordine che fossero rimandati in patria con ogni riguardo"’(Einaudi 2007). [*] See Polybius' "Histories" Book XV, 2. Et però quello medesimo signori padri dovemo noi provedere, che la fellonia e'l fallo di coloro che son presi, non sormonti nostra dignità & nostra dolcezza. Et piu dovemo noi guardare nostra fama, che à nostro cruccio. Quegli che hanno dinanzi à me sententiato hanno bellamente mostrato, ciò che può di male adivenire per loro congiura. Crudeltà di battaglia è prendere pulelle à forza, togliere i garzoni di collo à padri & alle madri, fare forza & onta à donne, di pigliare templi & magioni, ardere, empire la citta di carogne & corpi, & di sangue, & di pianto. Di questo non ci conviene piu parlare. Però che piu può muovere el cruccio di cotal fatto il cuore, che il ricorde de l'opere. Nullo non è, à cui non pesi suo dannagio. Et tali sono, che portano piu gravi, ch'elli non è. Ma elli si fa ad uno, quello che non si fa ad un'altro. Che se io sono un basso huomo, & io mi sfaccio in alcuna cosa per mio cruccio, pochi lo sapranno. Ma molti sanno se vno grande huomo misfa, o in giustitia, o in altra cosa. Che s'el basso huomo misfa, gliè imputato ad ira, ma quello del graode [*] [sic] huomo è imputato ad orgoglio. Et però dovemo noi guardare nostra fama. Et dico bene in diritto di me, ch'el forfatto di quelli de la congiura sormonta tutte pene. Ma quando l'huomo vuole tormentare alcuno huomo, s'el tormento è aperto, tali ci sono che sanno bene pensare & biasimare lo tormento, ma del [Page 216v] LIBBRO fallo non fanno parola. Io credo che Decio cio ch'elli ha detto per ben del comune, ch'elli non guarda ad amore ne à odio & tutto conosco el suo temperamento, ne sua sentenza non mi pare crudele, che huomo non potrebbe nulla crudeltà fare contra tal gente. Ma tuttavia dico io, che sua sentenza non è convenevole à nostro comune. Et tutto sia che Silano è forte huomo & nobile eletto consolo: egli ha giudicato à morte, per paura di male, che adivenire ne potrebbe, che gli lassasse vivere. Paura non ha qui punto di loro, che Cicerone nostro consulo è discreto, & è fornito d'arme et di cavalieri, che noi non doviamo temere nulla. De la pena dirò io, si com'el succede. Morte non è gia tormento, anzi è fine et riposo di pianto & di cattività. La morte consuma tutte pene terrene, di poi la morte non curare gioia. Però disse Sillano se vuole che huomo li battesse et tormentasse avanti, se alcuna legge vieta che alcuno huomo non frusti huomo giudicato à morte. alcuna legge dice, che huomo non uccida cittadini dannati, anzi ne vede l'huomo tutto di scampare. Signori padri scritto è, guardate quello che fate, che l'huomo da tal cosa per bene, di che adiviene grande male. Poi che li Macedoni hebbero preso Athene, egli ordinarono trenta huomini, ch'erano mastri del comune, & quelli al cominciamento uccideano li pessimi & disleali huomini, sanza giudicamento, & di ciò era tutto il popolo allegro, & diceano che buono & santo officio era questo. Poi crebbe el costume et la licenza, si che poi uccideano buoni & malvagi à loro volontà, tanto che glialtri n'erano ispaventati, & fue la citta in tale servaggio, che bene s'accorgeano, che loro gioie li tornavano in pianto. Lucio Sillano fu molto lodato di ciò che giudicò, & uccise [Page 217r] OTTAVO. 217 Damasippo & altri, li quali erano stati contr'al comune di Roma. [*] ‘"Dopo la battaglia di Porta Collina (82 a.C.) Silla fece giustiziare Giunio Bruto, soprannominato Damasippo, un seguace di Mario che si era macchiato di efferati delitti"’(Einaudi 2007). Ma quella cosa fu cominciamento di gran male, che poi, si come ciascuno conosceva, voleano le habitationi de la citta, li vaselli, et la robba d'altrui, & elli si sforzava di dannare colui, le cui cose elli volea havere. Et erano molti huomini dannati à torto, piu per cagione di loro havere, che di loro fallo. Et cosi fecero niente de la morte di Damasippo, che chi furono lieti, ne furono poi crucciosi. Si che Sillano non finò in questa maniera d'uccidere, infino à tanto, che suoi cavallieri non furono tutti pieni d'havere & di richezze. Ma non per tanto di tali cose non ho io dottanza in questo tempo, & specialmente che Tullio è consolo. Ma in si grande cittade à molti diversi huomini, & pieni d'ingegni. Altri potrebbe mettere altro consiglio. Et s'el consiglio ucciderebbe per loro detto del Senato huomo in colpa à torto, certo male ne potrebbe adivenire. Quelli che furono dinanzi à noi, hebbero senno & ardimento. Ne orgoglio non tolse loro, ch'elli prendessero buoni essempi di ragioni de strani. quand'elli trovavano ne loro nimici alcuna teccia, elli sapeano bene mettre in opera ne loro alberghi. & meglio amavano seguire lo bene, che haverne noia. Elli frustavano li cittadini, che haviano misfatto, al modo di Grecia. Quando li mali cominciaro à montare, allhora furono le leggi date, che li dannati andassero in cattività. Dunque prenderemo consiglio novello. Cosi fecero i nostri antichi. Et maggior virtu & piu sapienza è in noi, che in loro. Elli erano pochi, & si conquistaro con pocha richezza, quello che noi appena potiamo tenere & guardare. Dunque che faremo noi? Lascieremo noi questi pregioni andare per accrescere l'hoste di [Page 217v] LIBBRO Catellina? Dico di nò, anzi è mia sentenza che loro havere sia publicato al comune & riposto, & di loro corpi siano messi in forti castella fuori di Roma in diverse pregioni bene guardate, che nessuno parli per loro al Senato ne al popolo. Et chi fa contro à questo, si sia misso in pregione come uno di loro’

    Come parla Cesare secondo questa arte. Capitolo. 33.

    Per questa sentenza potemo noi vedere, chel primo parlatore, cioè Decio Sillano passò brevemente sanza prologo & sanza covertura nulla, però che sua materia era ad honesta cosa, cioè à giudicare à morte li traditori del comune di Roma. Ma Iulio Cesare, che pensò altra cosa, si tornò alla copertura con motti dorati, però che sua materia era contraria. Ch'elli sappea bene che i cuori de gl'uditori erano conmossi contra sua intentione. & però li convenia acquistare loro gratia, & da l'altra parte era sua sentenza dottosa per piu sentenze & coverte, ch'elli volea consigliare. Et sopra ciò li conveniva dare talento à gl'uditori d'udire & di sapere quello, ch'elli voleva dire. Ma però che doratura di parole è sospettosa cosa, non vuole elli à cominciamento iscoprirsi di benivolenza acquistare, anzi toccò la somma di sua intenza, per dare à gl'uditori talento d'udire & intendere suo detto, là ove disse de le quattro cose ch'el buono consigliatore si dee guardare.[*] see Cap.13 Et non per tanto suo prologo non fa sanza benivolenza, là ov'elli chiamò, signori padri scritto è, [*] This occurs at the beginning of Cap.32, the incipit of Caesar's oration. & là ov'elli inalza sua materia, [*] See at the end of f.215v, where the sentence begins with "Ma io voglio meglio parlare di ciò..." & la conferma per belle parole, et per essempi di vecchie storie, che ricordò. [*] The examples cited by Caesar are the Third Macedonic War and the Second Punic War. Et cosi un luogo de la cosa che dispiaceva, nominò cose che dovesse [Page 218r] OTTAVO. 218 ro piacere, per ritrarre li cuori de gl'uditori, da quello ch'era laido, à quello che fu honesto & ragionevole. Et in questa maniera passò à dire lo fatto, [*] See in the middle of f.216r, where Caesar says: "Et però quello medesimo" nelquale volea fondare il suo conto, cioè del consiglio, che doveva essere sopra'l misfatto di coloro de la congiura. Et fe vista di non volere difendere loro male, ma fi guardare la dignità & l'honore del Senato. Allhora cominciò la terza parte [*] See bottom part of f.216r, where Caesar says: "Quegli che hanno dinanzi a me..." di suo conto, cioè divisamento, & divisò li detti & le crudeltà de glialtri sopra fatti per parte, & mise quelle parti che piu l'aiutavano, contro à coloro che haviano parlato, et accostolle à cuori de gl'uditori tanto quanto elli puote piu. Et quando elli hebbe cosi contato cominciò la quarta parte, [*] See the end of f.216r, where Caesar says: "Et però dovemo noi guardare nostra fama. cioè confermamento là ove disse che doveano guardare loro fama, & mostrava di lodare la sentenza de glialtri, ma molto la biasimava, & sopra ciò confermò suo detto per molte ragioni, che davano fede à suo consiglio, & toglievanla alla sentenza de glialtri. Et poi ch'elli hebbe fermato suo conto per buoni argomenti, elli se n'andò alla quinta parte, [*] See the bottom part of f.216v, where Caesar says: "Signori padri scritto è, guardate quello che fate..." cioè al disfermamento, per infralire & distruggere li detti di coloro, che haveano parlato innanzi da lui, là ove disse, guardate che voi fate. Et immantenente ricordò piu essempi & piu sentenze & autoritadi si savi, ch'erano simili à sua materia. Et può quando viene verso la fine, elli conferma suo detto con migliori argomenti, & per le piu forti ragioni che elli può. Et viene alla sesta parte, [*] I am tempted to begin the conclusion at the bottom of f.217r, where Caesar finishes his telling of the repercussions of the Battle of the Colline Gate and says: "Ma non per tanto..." cioè alla conclusione, & dice sentenza, & mette fine al suo conto. Et poi che Cesare hebbe cosi parlato, l'uno dicea vno, & l'altro dicea vn'altro. Tanto che Cato se levò, & disse.

    [Page 218v]LIBBRO

    Come fu el giudicamento di Cato. Cap.34.

    ‘Signori padri scritto è, quando riguardo la congiura & lo pericolo, & penso in me medesimo la sentenza dico loro, che hanno parlato, io penso altra cosa che Cesare non ha detto, ne alcuno de gli altri. Elli hanno parlato solamente de la pena di coloro de la congiura, che hanno apparecchiata battaglia in loro paesi, & alloro parenti, & alloro templi et magioni distruggere. Ma maggiore mestieri, è che l'huomo si consigli, come si possa guardare da loro, & dal pericolo, che prendere consiglio come siano dannati à morte. Se l'huomo non si provede che non vegna sopra, niente vale l'huomo à consiglio, quando sarà venuto. Se la citta è presa afforza, li vinti non hanno punto d'intendimento, tutta fia humiliata. Hora parlarò à voi che havete intendimento, havete magioni & ville, & insegne & tavole d'oro, & piu che al prò del comune. [*] ‘"Cfr. 'Fet' I, 8, 40, p.40, r.20: 'enseignes', che traduce 'signa' di Sallustio, 'Catilina' LII, 5. Il significato di 'statua' non è attestato in 'TL' s.v. 'enseigne'"’(Einaudi 2007). [*] See Sallust's "Conspiracy of Catiline" 52, 5.Se voi queste cose che voi tanto amate volete guardare & ritenere, & mantenere vostri diletti per ordine & per riposo, isvegliatevi et pensate de guardare el comune, et liberare. Sel comune pericola, come iscanperete voi? questa bisogna non è di tuo luogo ne di tuo paraggio, ne di vostra franchezza, & di vostri corpi che sono in pericolo. Signori io habbo molto parlato & con pianto dinanzi à voi, de la avaritia, & lussuria, & cupidità de vostri cittadini. Io habbo la malevoglienza d'alcuno, però ch'io non perdono volontieri altrui lo misfatto, diche io non sento nulla teccia in me. Et di nullo forfatto perdonare io non domando altrui gratia. Ne vostre ricchezze facea à voi molte cose mettere in non calere. Tutta via starebbe el comune in diritto stato & piu fermo, che hora mai in diritto non par [Page 219r] OTTAVO. 219 liamo noi di nostro bene vivere ne di nostro male vivere, ne de la signoria de romani accrescere, o inalzare, anzi ci conviene pensare, se quello che noi havemo, ci può rimanere, & essere nostro, o se sarà de nostri vicini. Qui non dee nullo parlare di bonarita & di misericordia, che noi havemo assai perduto el diritto nome di pietà & di merze, che donare ad altrui bene, ciò è nostra bonarita. Et essere cessati da ben fare, cioè nostra virtu. Et però và nostro comune si come al dichino. Hor potete dunque essere di buon aere, & mettere lo popolo à ventura. Hor potete essere pietosi in coloro, che non ci lasciavano nulla à guastare, & pensavano lo comune tesauro rubare, doniamo loro el nostro sangue, si che tutti li prodi huomini vadano à perditione. Et si come voi vedete, pochi de malfattori distruggano turba di buona gente. Cesare parlò bello & assettatamente, udente noi, de la vita & de la morte, quando disse, appresso la morte non curare gioia. [*] See middle of f.216r, where Caesar says: "Morte non è gia tormento, anzi è..." Ma quand'elli parlò cosi, credo ch'elli pensava falso, de quelli se truova all'inferno, dove li malvagi sono divisi dai buoni, & entrano in neri luoghi horribili & putenti et spaventevoli. Appresso giudicò che il loro havere fosse publicato al comune, & elli fossero guardati in diverse pregioni fuori di Roma. in diverse castella & forti. Perche si dubbitava che se l'huomo li guardava in Roma che quelli de la congiura, o altra gente pregiata, li caverano à forza di pregione Non adunque mala gente, se non è inquesta citta, per tutte parti si può trovare malvagi huomini. Da niente ci dotta Cesare. S'elli crede che l'huomo non si possa guardare dentro in Roma, come di fuori? Et s'egli solo non ha paura che li fugissero de le pregioni, ov'elli dice ch'elli siano messi, egli [Page 219v] LIBBRO non crede el pericolo del comune. Io son quelli, che ho paura di me, & di voi, & de gli altri. Et però dovete voi sapere, che ciò che voi giudicarete di questi pregioni, dee essere giudicato di tutti quelli de la compagnia di Catellina. Se voi fate di questi aspra giustitia, tutti quelli de l'hoste di Catellina ne fierà spaventati. Et se voi ne fate fievelemente, voi li vederete venire crudeli & fieri contra di voi. Et non pensate che nostri antecessori accressero lasignoria di Roma solamente per havere. Che s'egli andasseno cosi, dunque la possanza ne megliorerebbe, che piu havemo compagnia di cittadini, & maggiore abbondanza di cavalli & darme, che elli non haveano. Ma elli hebbero in loro altre cose, perche elli furono di grande nominanza & di grande pregio, che non ha guari in noi. Elli erano in loro fatti savi & accorti, et haveano diritti comandamenti à quelli di fuori. Li cuori haveano sani & liberi à dare consiglio, sanza sugestione di peccato ch'elli credessero, & sanza seguire malvagie volontà. In luogo di ciò può l'huomo trovare in noi lussuria, ò avaricia, comune povertà, & private ricchezze. Noi non facciamo differenza da buoni à malvagi, tutto tornato à cupidezza, questo è da lodare di vertude. In questo non è maraveglia, che ciascuno tiene sua via & suo consiglio per se medesimo. Voi intendete in vostre magioni, & vostri diletti, & vostra volontà seguire. Fuori di vostri magioni cercate d'amassare havere, & allegrezza d'altrui acquistare. Da ciò adiviene, che l'huomo guerreggia lo comune, & che iscongiurati lo vogliano distruggere. Ma di queste cose che voi fati, io non dirò hora piu. Nobili cittadini fanno insieme congiura, ch'elli arderano la citta, & recano alloro la [Page 220r] OTTAVO. 220 gente di francia, per muovere battaglia, che niente amano la signoria & l'honor di Roma. Catellina, duca de nostri nimici ne viene sopra le teste con tutto suo sforzo. State dunque in pensiero, che voi farete di vostri nimici, i quali havete presi dentro à queste mura. Et tutto ch'io giudichi, che voi non habbiate merce. Dite che giovani sono, & per follia & per mala cupidità l'hano fatta, & lasciateli andare tutti armati. Ma per certo io vi promotto, che questa pietà et questa dolcezza vi tornerà in pianto, & in tormento, & in amaritudine. De la cosa aspra & pericolosa non havete voi temenza? Et si havete malenpiezze la malvagita, le brighe di vostri cuori, fate che l'uno si tiene all'altro. Voi mettete vostra speranza ne vostri idei, & dite, ch'elli hanno guardato lo comune di diversi pericoli. L'aiuto di dio non viene à quelli, che vogliono vivere come femine. ma tutte cose vegnono à quelli, che vogliano vegghiare in ben fare, & in dare buoni consigli. Ma chi si mette in disperatione, cade in malvagità. Mallio torquato uno di nostro anziani duca, comandò che fosse ucciso uno suo figliuolo, solamente perche combattea una battaglia in francia contra à suoi inimici, contra al suo comandamento. Per tale forfatto morio quel nobile giovane. Et voi dimorate à fare giustitia, di questi crudeli giovani pergiuri, che voleano la citta distruggere. Lasciate voi loro per la bona vita? [*] ‘"Per il loro passato, come esplicita la fonte, cfr. Sallustio, 'Catilina' LII, 31-32: 'videlicet cetera vita eorum huic sceleri obstat' ('Certo, a questa scelleratezza si contrappone la loro vita passata')"’(Einaudi 2007). [*] See Sallust's "Conspiracy of Catiline" 52, 31-32. Non mori Dautilo, per la dignita di suo lignaggio? S'elli amò unque castità, s'elli amò buona nominanza, s'egli amò unque idio, s'elli sparigniò unque huomo. non mori Cetego hebbe l'huomo pietà di sua gioventu, s'elli non mosse mai briga ne battaglia in questo [Page 220v] LIBBRO paese. Giabino & Statilo & Cepario, che ne debbono dire? S'elli ne havessero in loro ragione ne misura, egli non hanno tale consiglio preso al diritto contra'l comune. A voi dico signori padri, che per dio non gli lasciate scampare, io non gli lascerei, bene soffressi che voi ne fosti castigati per loro oltraggio, quando voi consiglio, non volete credere. Ma però lo dico, che noi siamo rinchiusi, & in pericolo da tutte parti. Catellina con tutta sua hoste ci è innanzi à gli occhi la di fuori & pensaci inghiottire. Gli altri sono dentro alla citta d'ogni parte. Non potemo nulla consigliare ne apparecchiare, che nostri nimici non sappiano. Noi ci dovemo avacciare, però ne darò io cotale sentenza. Vero è che il comune è in pericolo per lo maladetto consiglio de cittadini isconvenevoli & disleali. Questi hanno rabbia, & son conventati per lo detto de messaggi di francia, che voleano la citta ardere, & uccidere li migliori huomini, lo paese distruggere, donne & pulzelle vituperare, & altre crudeltà fare. Et però dico io, & do questa sentenza, che l'huomo faccia di loro come di traditori, & dimicidiali & di ladroni.’

    Come Cato parlò secondo questa arte. Cap.35.

    Questa è la sentenza di Cato per meglio intendere suo detto. Et come parlò secondo questa arte, de l'arte de l'ordine di Rettorica, ne conviene guardare dinanzi la maniera di suo detto, & la natura di sua materia. Di che molti dicono ch'ell'è dottosa, & un poco oscura, però che sua materia è da una parte honesta, ch'è à dire lo prò del comune & à difendere lo buono stato di Roma, & distruggere li rei & honesta cosa, è giudicare à morte una grande gente di cittadini. Et à dire contra Cesare che have [Page 221r] OTTAVO. 221 va si fermamente stabilito suo giudicio che à pena el potrebbe huomo contradire. Et che gl'uditori erano quasi accordati à suo detto. Certo et parea crudel cosa & maravigliosa, & però gli era mestiero d'orare suo prologo, si ch'elli acquistasse la gratia de gl'uditori, o ch'elli desse loro talento di sapere quel ch'elli volea dire, per levarli de la sentenza di Cesare, secondo ch'el maestro divisa qui dirietto, là ov'elli insegna la diversita di prologhi. [*] see Cap.18-30. Et però toccò elli ne lo cominciamento suo brevemente & partitamente & apertamente lo punto, in che era tutta la forza de la bisogna, cioè quello ch'elli uditori haveano creduto. Quando disse ch'elli pensava altra cosa, che cesare non havea detto, ne alcuno de gli altri, [*] See the beggining of f.218v, where Cato says: "(...) io penso altra cosa che Cesare non ha detto..." cosi de talento di sapere & d'udire quello ch'elli volea dire. Et fe sembiante di volere consigliare solamente de la guardia del comune, & non de la morte di congiurati. Et inmantanente procacciò d'havere la gratia de gl'uditori, per appagare lor cuori, & per tornare la cosa à honestà, & per accrescere la gratia ch'elli havea, però che sua materia era honesta, secondo ch'el buono intenditore potra sapere o conoscere, s'elli considera o sguarda diligentemente l'insegnamento, lo quale è adietro. Et però ne tace hora lo maistro però ch'el vorra dire d'altre dottrine buone & utili.

    De l'insegnamento de la prima parte del prologo. C.36.

    Appresso la dottrina del prologo sene viene la seconda parte del conto, cioè el fatto. Diche Tullio dice. ‘Ch'el fatto è, quando el parlatore dice el fatto com'el fu, o come non fu, cioè à dire quando elli lascia il prologo, & viene al fatto, & dice la propria cosa, diche è la materia di suo conto. Et questo è in tre maniere.

    1. L'una è cittadina, che di [Page 221v] LIBBRO ce propiamente el fatto & la cosa, diche è contentione et la questione, & divisa le ragioni, perche quella cosa può essere provata. Et questa maniera appartiene dirittamente à costumi, però ch'egli insegna tenzionare l'uno parlatore con l'altro nel cominciamento. Ma qui si tace lo maestro, & non dira piu hora, però che dira l'argomento qui appresso anzi vuole dire de le due altre maniere del fatto, che non partegnono si propriamente à questa arte.

    Qui comincia à divisare che trapasso fuori de la sua materia. Cap.37.

    1. La seconda materia del fatto si è quando l'huomo si diparte un poco du sua propria materia, & trapassa ad altre cose di fuori à sua principale cosa, o per biasimare lo corpo, o la cosa, o per accrescere lo male ol bene ch'elli dice, o per mostrare che due cose sieno si mischiate insieme, o per fare sollazzare gl'uditori d'alcuno gabbo, che sia simigliante à sua materia. Et questa maniera de dire lo fatto, tiene spesso lo parlatore, per meglio provare ciò che vuole del corpo, o de la cosa.

    Del conto ch'è per giuoco & per solazzo. Cap.38.

    1. La terza maniera di dire lo fatto non appartiene alle cose cittadine, anzi è per solazzo & per giuoco. ma niente meno elli è buona cosa, che l'huomo s'accostumi à bene contare, che l'huomo ne diventa meglio parlante al gran bisogno, & però ne dira el maestro la natura. Tullio dice. Che ciò che l'huomo dice in questa diretana materia, quivi ove divisa la proprieta del corpo, & ove dice le proprieta d'una cosa in altra, elli conviene à forza, ch'el suo detto siano
      1. fabole,
      2. o storie,
      3. o argomenti.
      Et però si fano elli à sa [Page 222r] OTTAVO. 222 pere, che monta l'una, & che monta l'altra.
      1. Et certo fabola è un conto, che l'huomo dice de le cose che non sono vere, ne à vero somigliano, si come la fabola de la neve che vola per aire lungamente.
      2. Storia è à ricontate l'antiche cose state veramente, lequali furono fuori di nostra memoria.
      3. Argomento è à dire una cosa falsa che non sia stata. ma può bene essere, & dicela per similitudine d'alcuna cosa.
      Et s'el parlatore divisa la proprieta del corpo, el conviene che per suo detto lo reconosca le nature & le proprieta del corpo & del coraggio insieme, cioè à dire, se gli è vecchio, o giovane, o se gli è cortese o villano, o altre cotali proprietà. Et à cotali cose conviene havere grande ornamento che siano forti. Ma de la diversita de le cose, & de la similitudine de coraggi & de la fierezza di bonarita, di speranza, & di paura, & di sospettione, de desiderio, d'infignitudinne, d'errore, & di misericordia, di mutamento, di subita allegrezza, & di fortuna, di pericolo che l'huomo non pensi, et di buona fine, secondo questo libbro, divisera qui dinanzi, là ov'elli insegna à conoscere gli argomenti, et la belta del parlare. [*] See Cap.47-56 Et però non è dice hora piu che detto n'ha. Anzi tornerà alla prima materia del fatto del dire, chiamato che è cittadino.

    Del conto ch'è chiamato citadino. Cap.39.

    Dice lo maestro che la cittadina maniera di dire, è che divisa la cosa propiamente, de havere tre cose, cioè

    1. ch'ella sia breve,[*] see Cap.40
    2. & chiara,[*] see Cap.41
    3. & ricordevole.[*] see Cap.42

    Di tutti dirà lo maestro, & prima de la brevità.

    Qui c'insegnia elli à contare lo conto brevemente. C.40.

    Tullio dice.‘Che all'hora è el fatto contato brevemente quando'l parlatore d'incomincia allo diritto cominciamento [Page 222v] LIBBRO di sua materia, & non da lunga cominciarla, che non fa vtile à suo conto.’ Si come fece Salustio, volendo contare la storia di Troia, che cominciò alla creatione del cielo & de la terra, che li bastava cominciare à Paris, quando furò Helena. [*] Not certain what text by Sallust Latini is referring to. At the beginning of the "Conspiracy of Catiline," starting from chapter vii, Sallust does mention the wandering of Aeneas within the context of the foundation of Rome. However, no mention - to my knowledge - of the story of Troy. Altre si sarebbe breve, s'ella o elli è assai à dire la somma del fatto, sanza divisare per parti. Che basta bene dire cosi, questo huomo uccise quell'altro, & non dire, elli lo prese, & misseli mano alla gola, & cosi fu questo, & cosi fu quell'altro, che le piu volte basta à dire, quello ch'è fatto, sanza dire el come, o in che maniera. Altresi è breve, s'elli non dice piu cose, che mestiere sarebbe di sapere, & non trapassa à dire altre cose strane, che di nulla non appartiene à sua materia, & s'egli non dice quello, che l'huomo può intendere per quello ch'elli havea detto. & se tu dici, elli andaro, là ove potero. Et se io dico, Aristotile dice cotal cosa, elli non si conviene che l'huomo dica, elli lo disse di sua bocca, che bene lo può ciascuno intendere, per quello ch'è detto dinanzi. Altresi è elli breve, se conta ciò ch'elli può nominare, o quel che non può aiutare, ne noiare: & se dice ciascuna cosa ad vna volta & non piu, & s'egli non comincia spesso alla parola, ch'elli ha detta. Et si come el parlatore si dee guardare da la moltitudine de motti, et che non dica troppe cose, perche molte genti ne sono ingannate, che si studia in poco dire, dicono troppo. però ch'elli si procacciano di dire poche cose, tanto quanto li bisogna, & non piu. Tu penserai brevemente dire, se tu dirà in questa maniera, io andai à richiedere voi, & io richiesi vostro garzone. Et elli rispose, quando dimandai di voi, non vi erravate. Et tutto che tu dirà [Page 223r] OTTAVO. 223 brevi motti, tu conti piu cose che mestieri non t'è. Che assai bastava à dire l'huomo mi disse, che voi non erravate in vostra casa. però si dee guardare ciascuno, che sotto li brevi motti, non dica tante cose, acciò che suo conto non sia noioso à scoltare.

    Qui c'insegna à contare lo fatto & vedere chiaramente. Cap.41.

    Apresso ciò dee el parlatore studiare di dire chiaramente quello che dice, & che suo detto sia aperto et intendevole. Tullio dice. ‘Ch'el fatto è contato chiaramente, quando'l parlatore o'l dettatore comincia suo detto, à quello ch'è detto dinanzi, & segue l'ordine de la cosa et dela stagione, cosi com'ella fu, o com'ella può essere, in tal maniera, che suo detto non sia turbato ne confuso ne inviluppato sotto strane parole, & che non trapassi ad altre cose dissimili, o dilungi da sua materia, & che non cominci à troppo lunga incominciaglia, & che non prolungi la fine di suo conto, tanto com'elli potrebbe dire, & che non lasci nulla di ciò, che à contare faccia.’ Et in soma, egli dee guardare tutto quello, ch'el maestro insegna qui inanzi, sopra la brevità del fatto,[*] see Cap.40 per ch'elli adiviene molte fiate, che el conto n'è piu confuso per molto parlare, che la scurità de le parole. Et sopra tutto ciò dee el parlatore usare motti propij, & belli & costumati, secondo chel maestro divisa qui davanti, nel capitolo del parlare.

    Qui c'insegna à contare lo fatto che sia verisimile. C.42.

    Apresso dee el parlatore contare lo fatto, in tal maniera, che sia verisimile, cioè à dire, che gl'uditori possano credere quelle cose, et ch'elli dica la verita. Tullio dice. ‘che acciò fare li conviene dire, per le proprietà del corpo, s'elli è vecchio, o giovane, o patiente, o huomo che si crucci, [Page 223v] LIBBRO o d'altre simile proprietà, che sieno testimonio à suo detto.’ Appresso li conviene mostrare la cagione del fatto, cioè à dire la ragione perche & come le potea & dovea fare quelle cose, & colga convenevole tempo acciò fare. Et che fue buono, & sofficiente à fare, ciò ch'el parlatore mette dinanzi. Appresso dee mostrare, che l'huomo, o la cosa di che elli dice, sia di tal natura, ch'elli potrebbe & saprebbe ben fare, & la nominanza & la boce del popolo ne sopra lui, & che ha tale fede, & ha tale credenza, & tale oppinione, che elli fara bene vna si fatta cosa.

    De vitij del dire lo fatto. Cap.43.

    Hora havete vdito, come il parlatore del fatto de dire in tal maniera, che sia

    1. breve
    2. & chiaro,
    3. & verisimile.

    Che queste tre cose sono fieramente bisogno à ben dire. Et si come el parlatore de seguire le virtu, che appartengono à ben dire, cosi de guardare da vitij, che disornano suo dire. Che sono quattro.

    1. L'uno siè, quand'elli è suo danno à contare lo fatto.
    2. Lo secondo è, quando non li fa prò niente à dirlo.
    3. Lo terzo siè, quando el fatto non è contato in quela maniera che gliè.
    4. Lo quarto è, quando egli non dice in quella parte del conto, ciò ch'è mestiere à sapere. Onde fie loda maggiore al parlatore contare lo fatto secondo ch'eglie stato.

    1. Quando quella cosa dispiace à gl'uditori, ch'elli sieno contra lui molto ad ira, o al mal talento, s'elli non si addolcissero per buoni argomenti che confermino sue cose. Et quando quello adiviene, tu non dei contare lo fatto tutto à motto à motto insieme, si come fue, anzi el convienti divisare per parte, una branca quà, & un'altra là. Et inmantenente giugnere la ragione di ciascuna parte in suo luogo, in tal maniera, [Page 224r] OTTAVO. 224 che ciascuna colpa habbia sua medicina, & la buona difensa addolcisca li cuori turbati de li vditori.
    2. Anche sappiate, ch'elli non è prò contare lo fatto, quando tuo adversario o altri davanti à te habbia parlato & detto tutta la cosa & la ragione. in tal maniera, che non bisogni che tu la ridichi, ne cosi, ne altrimenti di lui, quando colui à chi tu parli sà la cosa in tal maniera, che non ha bisogno di mostrare ch'ella sia d'altra guisa. Et quando questa cosa adiviene, Tullio comanda che tu taccia, & non dichi lo fatto.
    3. Lo terzo si è, quando el fatto non è contato in quella maniera che dee, cioè quando dee fare prode à tuo adversario, tu medesimo lo divisi bene & bello, o quando che dee giovare à te, tul dici turbato & crucciatamente. Tullio dice, ‘che per schifare questo vitio, tu dei reccare tutte cose ad utile di tua ragione, & tacere el contrario tanto quanto potrai.’ Et se ti conviene nulla dire, di quello appartiene all'altra parte, tu ne passera leggiermente, & tuttavia dirà la tua parte diligentemente.
    4. Lo quarto vitio si è, quando el fatto non è detto in quella parte del conto, ch'è mestieri: & questa è una cosa, che appartiene ad ordine.

    Et però se ne tace hora lo maestro, infino là ove tratterà de l'ordine, come l'huomo dee stabilire suo conto & sue parti.[*] see Cap.44-46

    De la terza parte del conto, cioè divisamento. Cap.44.

    Appresso la dottrina del fatto viene la terza parte del conto, cioè divisamente. Di che Tullio dice, ‘che divisamento è, quando lo parlatore lo dice secondo suo diritto.’ Certo egli n'è piu ordinato, & piu bello, & piu intendevole & meglio. Et tutto che queste branche, cioè el fatto, e'l divisamento si sono per dire la cosa, nondimeno infra loro [Page 224v] LIBBRO ha differenza. Ch'el divisamento dice tutto à certo lo punto in che lo parlatore se ferma, & che elli vuole provare, ma el fatto non dice cosi. Le parti del divisamento sono due.

    1. L'una che divisa ciò che lo adversario conosce, acciò ch'elli dica in tal modo & in maniera che ciascuno può bene intendere lo punto ch'el parlatore vuole provare.
    2. L'altra è quando el parlatore divisa brevemente per parte tutto'l punto ch'elli vorrà provare, si che l'uditore lo sà in suo cuore, & intende bene che egli ha detto tutta la forza di sua cosa & però si conviene dividere la dottrina de l'uno divisamento & de l'altro, come lo parlatore lo de usare.

    Come el parlatore dee divisare suo conto. Cap.45.

    Nel primo divisamento, che conta ciò che l'adversario conosce, & ciò ch'elli niega, dee el parlatore prima recare quella reconoscenza, al pro di sua cosa, si come l'adversario d'Horatio, che non disse che Horatio conoscesse che elli havesse morto sua madre, anzi disse altre parole, che piu affermaro la cosa contra ad Horatio Egli ha bene conosciuto disse elli, che la madre fu morta per mano di suo figliuolo, che è à dire lo nome de l'uno & de l'altro. [*] ‘"Secondo il mito greco, Oreste [Horatio] uccide la madre Clitennestra per vendicare su di lei la morte del padre Agamennone. Cfr. Cicerone, De inv. I, 31, ma il tema di Oreste e Clitennestra era molto usato nella casistica retorica, come afferma esplicitamente Quintiliano: 'Et cur non utamur eodem quo sunt usi omnes fere exemplo? Orestes matrem occidit: hoc constat' ('E perché non servirci dell'esempio di cui tutti fanno uso? Oreste uccide la madre: il fatto è sicuro'; Quintiliano, 'Inst.' 3, 11, 4)"’(Einaudi 2007). [*] See Cicero's "De inventione" Bk 1, 31. [*] See Quintilian's "Institutio Oratoria" Bk 3, 11, 4. cosi fece Cato in sua sentenza. elli non disse che ellino havessero conosciuta la congiura solamente, che molte genti diceno, ch'elli non l'haveanno fatta contra el comunne di Roma, ma contra alquanti che governavano male el comune. Però recò Cato la loro conoscenza all'utile de la cosa, & disse contra loro fiere parole & maraveliose, cioè ch'egli voleano la citta ardere, & uccidere li migliori, lo paese distruggere, & vituperare donne & donzelle. A questo veditu che l'uno & l'al [Page 225r] OTTAVO. 225 tro disse ciò che era riconosciuto, ma ciascuno la torna à suo migliore. Et quando tu havrai quel medesimo fatto in tuo conto, tu dei dire ciò che tuo adversario nega, & stabilire la questione sopra'l giudicio, per sapere lo diritto. Horace riconosceva lo homicidio, ma egli negava ch'ello nol fece à torto, anzi à diritto. Ma qui sta la questione, che rimane sotto'l giudicio, per sapere se elli fece à torto, o à diritto.

    Come lo parlatore dee divisare suo fatto brevemente. Capitolo.46.

    Nel secondo divisamento che menera per parte lo punto ch'elli vorrà provare, dei tu guardare ch'elli sia breve. Et quando tu ne dici alcuno motto se qui non bisognavano à tua cosa, che tu non dei travagliare li cuori à gl'uditori per parole, o per maravigliosi argomenti, quando tu divisi tuo fatto, o tua parte. Tu deliberi, quando tu dici generalemente tutto che comprende tutte cose, di che tu vuoli dire. Et sopra ciò ti conviene fieramente guardare, che tu non lasci mentovare nulla generale cosa, che ti sia utile, & che tu nol dichi tardi, cioè fuori di tuo divisamento. Che là ove tu dici lo generale motto de la tua causa, tu non dei redire lo spetiale motto che è compreso sotto'l generale che tu havevi gia detto. Et sappiate che generale motto è quello, che comprende molte cose sotto lo suo nome, ch'è questo motto animale, comprende huomo, & bestia, & uccello. Spetiale motto è quello, ch'è compreso sotto un'altro. Che questo Piero, Carlo, Giovanni, è bene compreso sotto generale nome, cioè huomo, ma elli ci ha motti generali che sono sotto l'uno, & sono spetiali sotto un'altro, che questo motto huomo, è spetiale sotto questo motto animale: ma egliè generale sopra questo motto, [Page 225v] LIBBRO Piero & Giovanni. Questa dottrina del generale dee al parlatore si guardare nel suo generale divisamento, ch'elli non metta la spetial parte, che quelli divisa el fatto suo in questa maniera. Io mostrerò disse egli, che per cupidità, & per lussuria, & per l'avaritia di nostri nimici, tutti i mali sono adivenuti à nostro comune. Egli non è che nel suo divisamento elli mischia li spetiali motti appresso li generali. Che sanza fallo cupidità è general nome di tutti li disiri, & lussuria & avaritia sono partiti da lei. Guarda dunque che quando tu ha divisato lo generale, che tu non dichi quelle parti, si com'elle fossero altre cose strane, ma ne l'altre branche vengono appresso, cioè del fermamento, potrai bene mettere le spetiali parti de le generali dette inanzi, per meglio fermare lo suo divisamento. Tu vuoi provare che Horace fece homicidio. Di dunque. Uccise egli Clitemnestra, dunque fece homicidio. Appresso guarda in tuo divisamento, che tu non divisi piu parte che mestieri sia à tua cosa. Che se tu divisassi in questa maniera, io mostrerò bene che mio adversario havea bene lo podere di ciò fare, & ch'elli volea, & che elli lo fe. Certo cotale divisamento è grave, perche v'ha entro troppe cose, & basterebbe à dire, io mostrerò ch'elli lo fece. Altresi guardi, che la tua cosa è semplice, & una cosa sanza piu, & non vi conviene. Se non poco divisare, ch'egliè assai à dire lo punto de la quistione. Et non per tanto elli adiviene spesso, che una cosa può essere provata per piu ragioni. Et quando questo è, lo parlatore si dee divisare la sua pruova in tale maniera. Io mostrerò che tu facesti la cotal cosa, per tale ragione, & per carte, & per testimoni. Sopra questa branca dice Tullio, ‘ch'elli truova in philosophia molti [Page 226r] OTTAVO. 226 insegnamenti, ma egli lascia quelli, che non sono si bene insegnevoli à ben parlare, come quelli che qui sono. Et anchora ne comanda un'altra cosa, che l'huomo non dee dimenticare in suo conto, quand'egli havra finito suo divisamento, egli comincia l'altra branca, cioè confermamento, per provare ciò ch'egli ha detto.’ Sovegnagli ch'elli confermi dinanzi, ciò che divisa dinanzi, & poi ciascuna parte in suo luogo, in tal modo, che quando vorrà finire suo conto, elli non habbia dimenticato niente di suo confermamento, ch'egli sarebbe laida cosa, à ricominciare un'altro piato appresso la fine del suo parlamento.

    Qui dice de la quarta branca del conto, cioè del confermamento. Cap.47.

    Appresso la dottrina del divisamento viene la quarta parte del conto, cioè confirmamento. Di che Tullio dice.‘Confermamento è, quando il parlartore dice buoni argomenti, che acrrescono autorità & fermezza à sua cosa, perche diverse cose richiedon diversi confermamenti, vorrà lo maestro inanzi mostrare & insegnare li luoghi, per liquali i parlatori possano ritenere suoi argomenti. & poi quando sara luogo & tempo, egli dirà, come l'huomo dee formare suo confermamento sopra ciascuna maniera de le cose. Et sappiate che nulla scienza insegna luogo di provare suo detto, se non dialettica & rettorica. Ma tanto ha differenza tra l'una & l'altra, che rettorica considera spetiale cose, secondo lo suono del nome, et secondo la boce solamente. Ma dialettica considera le generali cose, secondo la significatione de nomi & de le boci. Et adivegna che quelli che sanno leggi, & divinità, & altre arti facciono pruova per loco, io dico, che ciò è per dialettica, o per rettorica.

    [Page 226v]LIBBRO

    Qui divisa li argomenti per provare ciò ch'el parlatore dica. Cap.48.

    Tutte cose sono confirmate per argomenti, che sono retratti de la proprietà de la cosa. Et sappiate che si chiama corpo colui, per lo cui detto, o per lo cui fatto nasce la questione. Ma cosa si chiama quello detto o quel fatto, di cui la questione nasce. Di queste proprietà dirà lo maestro lo insegnamento tutto, & prima del corpo.

    Qui divisa le proprietà del corpo, che danno argomento & pruova. Cap.49.

    Le proprietà del corpo sono tali, che per loro può lo parlatore dire & provare quel corpo, & tornare à fare alcuna cosa o non fare. Tulliodice.

    Che queste proprietà sono. 11.
    • lo nome,
    • la natura,
    • la nodritura,
    • la fortuna,
    • l'habito,
    • la volontà,
    • lo studio,
    • lo consiglio,
    • l'opera,
    • lo detto,
    • & la cosa.

    • Nome è una propia et certa boce, ch'è posta à ciascuna cosa com'ella sia chiamata. Onde l'uno el nome, & l'altro è il sopranome, & de l'uno, & de l'altro può el parlatore fermare suoi argomenti. Io dico che questo huomo debbe essere fatto fiero, ch'elli ha nome lione. Cosi dice ‘Io dico l'angielo, ch'elli havra nome Giesu, però ch'elli havra nome di salvare lo popolo.’
    • Natura è molto grave cosa à scrivere suo essere, che uno dice che natura è cominciamento di tutte cose, l'altro dice che non è. Che se ciò fosse, dunque havrebbe havuto idio cominciamento di parte da natura Ma Tullio dice. ‘Che natura è la volontà di dio, & però può essere che dio è natura siano insieme.’ ma natura è doppia, una che fa nascere, unaltra di quel che è nato. De le cose che sono nate, altre sono divine, altre sono [Page 227r] OTTAVO. 227 mondane. Et de le cose mondane, l'una appartiene à gl'huomini, et l'altra alle bestie. Diciò che appartiene à gl'huomini per natura, sono. 6. luoghi, per liquali lo parlatore può prendere suoi argomenti.
      1. Lo primo si è s'egli è maschio o femina, voi non dovete credere che madonna facesse la battaglia, però che questo non è opera di femina.
      2. Lo secondo luogo si è suo paese. Noi dovemo credere che questo huomo sia savio, però ch'è greco.
      3. Lo terzo si è una terra. Noi dovemo credere che questo sia buono drapieri, poi ch'egli è di proino.
      4. Lo quarto si è suo lignaggio, bene dee carlo essere leale, perciò ch'è figliuolo del Re di francia. [*]
        ‘"Carlo d'Angiò, figlio di Luigi VIII di Francia. Sarà preso di nuovo ad esempio quando Brunetto Latini illustrerà la forma della lettera da inviare al nuovo podestà"’(Einaudi 2007).
      5. Lo quinto si è suo tempo, et non è maraviglia se questi è leggiere & attante, però ch'è fortemente giovane.
      6. Lo sesto luogo è lo bene el male, che l'huomo ha per natura del suo corpo, o nel suo cuore.
        1. Nel corpo s'egli è sano, o malato, grande, o picciolo, bello, o sozzo, veloce, o lento.
        2. Nel cuore si è, s'egli è duro cuore, o sottile, o dolce, o aspro, o sofferente, o orgoglioso.
      Et in so ma tutte le cose che l'huomo ha per natura nel corpo o nel cuore, son contate sotto luogo di natura. Ma quelle che sono acquistate sotto insegnamento, son contate sotto el luogo de l'habito, si come el maestro dira qui appresso.
    • Nodritura dimostra come, è tra che gente, & per cui l'huomo è stato norito, cioè à dire, chi furono suoi maestri, & chi suoi amici, & cuoi compagni, che arti elli fa, & diche s'intramette, & com'elli governa suoi amici, & come mena sua vita. Et queste et altre simiglianti proprietà apartegnono à nodritura, & di tutti può prendere suoi argomenti. Alessandro dovea bene essere savio, però che Aristotile fu suo maestro. Questo prete non dee essere vescovo, perche mena [Page 227v] LIBBRO sua vita in lussuria.
    • Fortuna comprende ciò che adiviene all'huomo di bene o di male, cioè à dire, questo huomo, è servo, o libero, ricco, o povero, proposto, o sanza propostia, o s'egli è bene agurato, o di buona nominanza, o nò, & che figliuoli egli ha, o che femina. Ma se tu parli d'huomo morto, considera le sue proprietà, cioè à dire, che huomo egli fu, & come morio, che di tutte queste cose puoi tu prendere argomento, per luogo di fortuna. Si come disse Giovenale, & ‘non ha nel mondo diss'egli si grave cosa, come ricca femina.’ [*]
      ‘"Giovenale, 'Sat.' VI, 460: 'intolerabilius nihil est quam femina diues'" ’(Einaudi 2007).
      [*] See Juvenal's "Satires" Bk 2, VI, l.460.
    • Habito si è un compimento, che l'huomo ha d'una cosa permanente nel suo cuore, ò nel suo corpo.
      1. Nel cuore si è el compimento de le virtu, che sono divisate nel secondo libbro, el compimento de l'arti & de le scienze che l'huomo sà adoperare, lequali l'apprende nel suo cuore.
      2. Nel corpo sono li compimenti, che l'huomo non acquista per natura, ma per suo studio, o per insegnamento, si come di bene combattere, & di bene bagordare, & di bene cavalcare.
    • Volontà si è uno leggere mutamento, che alcuna volta viene al corpo, & al cuore, per alcuna cagione, si come allegrezza, cupidita, paura, cruccio, malatia, fievelezza, & altre simiglianti cose.
    • Studio si è una continua impresa, ch'el cuore fa con grande volontà, si come è studiare in philosophia, & in altre scienze. Diciò può el parlatore formare suoi argomenti in questa maniera, questo huomo è buono avocato, ch'elli studia sollecitamente in legge.
    • Consiglio è una scienza lungamente pensata, sopra à fare alcuna cosa. ma egli ha differenza tra consiglio & pensamento, che pensamento è à considerare tra una parte & l'altra, ma consiglio si è la sentenza quando prende l'una delle due parti, però convenia à tutti i consi [Page 228r] OTTAVO. 228 gli, che la materia del consigliatore el tempo siano convenevoli, à ciò che l'huomo vuole provare, che se io dicessi, questo huomo ha bene barattato di suo cavallo, però che sene consigliò col suo prete. Certo lo consigliatore non è convenevole. ma se io dico, questo huomo è bene confessato, però che s'è molto consigliato col suo prete queso è argomento buono & credevole.
    • Opera in questo conto non è la propria cagione, sopra che l'huomo parla. anzi è una usanza che l'huomo ha di fare alcuna cosa, o di non fare, & diciò può el parlatore prendere suoi argomenti, à mostrare s'egli fe quella cosa incontanente, o vero s'egli lo farà, si come uno de li cavalieri di Catellinadisse, ‘io credo diss'elli. Catellina fara la congiura contra noi, per ch'elli ne usato, di tutte l'usanze che l'huomo suole havere d'una cosa dire & non dire, & cosi di tutta la materia che è divisata.’ Da l'opera qui di sopra, l'argomento fa l'huomo in questa maniera, io non credo che questo huomo dica di me male, però che non suole dire male d'altrui.
    • Lo detto è de le cose che sono per ventura, non pensatamente, & seguisce la natura de l'opere. Adonca el detto che l'huomo può trare so argomento diciò ch'è adivenuto, & diciò ch'è adivenire, in questa maniera, voi dovete bene credere, che questo huomo uccise questo altro, però ch'elli havea el coltello in mano sanguinoso, o in questa maniera, & non è maraviglia se questo huomo ride, ch'egli ha trovato un grande monte d'oro.

    Qui tace el conto de le proprietà del corpo, per divisare de la cosa.

    De la proprietà de la cosa. Cap.50.

    Et dice lo maestro, che le proprietà de la cosa son tali, che per loro può el parlatore dire et pruovare la tentione [Page 228v] LIBBRO di quella cosa. Tullio dice.

    Che queste proprietà sono in. 4. maniere.
    • L'una si è che tiene con la cosa.
    • L'altra si è ne la cosa facendola.
    • La terza si è giunta alla cosa.
    • La quarta si è intorno alla cosa.

    1. Le proprietà che si tegnono con la cosa, sono in tre maniere,
      1. cioè la soma del fatto,
      2. la cagione,
      3. & l'apparecchiamento del fatto.
      1. La soma del fatto, & de la cosa ch'è, fatto o ch'è presente, o ch'è adivenire in una somma brevemente, in questa maniera, questo huomo fa homicidio, quest'altro fa ladronezzo, & quest'altro fa tradigione.
      2. La cagione de la cosa si è dopiia,
        1. l'una pensata,
        2. & l'altra non pensata.
        1. La cagione che è pensata si è quando l'huomo fa una cosa pensatamente con consiglio.
        2. La cagione non pensata, si è quando alcuno si muove affare alcuna cosa per alcuno subbito movimento, sanza consiglio.
      3. Lo apparecchiamento è in tre maniere,
        1. l'una ch'è inanzi, al fatto, in questa maniera, questo huomo appostò acciallo lungamente con la spada ignuda in mano.
        2. L'altro apparecchiamento si è in sul fatto, in questa maniera, quand'egli l'henne giunto, egli il gittò in terra, & diegli tanto che morio.
        3. Lo terzo apparecchiamento si è dopo il fatto, in questa maniera, quando egli l'hebbe morto, & egli lo sepelli nel bosco.
      Questi & altri sembianti si tegnono co la cosa si fermamente, che à pena può una cosa essere fatta sanza loro, & però non può el parlatore stabilire suoi argomenti, à pruovare la cosa bene & fermamente.
    2. Le proprietà che sono ne le cose facendo, sono. 5.
      1. luogo,
      2. tempo,
      3. modo,
      4. la stagione,
      5. el prode.
      1. Lo luogo è quella parte, là ove la cosa fu fatta, & certo elli si fa molto à provare suo detto, ch'el parlatore se guarda bene tutte le proprietà del luogo, cioè s'el luogo [Page 229r] OTTAVO. 229 è grande, o picciolo, o allungi, o presso o diserto, o habitato, o diche natura è el luogo & tutto'l paese d'intorno, cioè à dire, s'elli v'ha monti o valli, o riviera, o fiume, o sanza acqua, & se l'aria è buona, o ria, & se il luogo è sagrato, o nò, & segli è, o fu detto di lui, che fe la cosa, o nò.
      2. Tempo è lo spatio che l'huomo ha di fare la cosa, cioè à dire, per annno, o per mese, o per settimana, o per di, o per hora, o per novellamente, o anticamente, o tosto o tardi, che l'huomo de guardare se una gran cosa può essere fatta in quel tempo. Et sapiate che queste due proprietà cioè luogo et tempo, sono si utili al provare la cosa, che propri quelli che missero inscritto l'antiane istorie, et quelli che fanno carte & lettere, scrivono lo luogo, el tempo, per meglio affermare la bisogna.
      3. Stagione è compresa sotto il tempo. ma tanto ha differenza tra l'uno et l'altro, ch'el tempo sguarda lo spatio et la quantita del tempo passato, & del presente, et di quel ch'è adivenire. Ma la stagione sguarda la maniera del tempo, cioè à, dire segli è notte, o giorno, o se mostra tempo chiaro, o scuro, o se festa, o ferìa, o se tempo di seminare, o di segare, o se quel l'huomo dorme, o se gride, o seppelisce suo padre. Vedi dunque, che una stagione apartiene à tutto un paese, si come è segare. Unaltro apartiene à tutta una citta, si come è lo di de la festa, et di luoghi costumati opere leggieri, lo proposto, o vescovo, o unaltro apartiene à un solo, cioè à chiese & sepolture.
      4. Maniera è à mostrare come quello huomo fece quella cosa, et à che cuore, cioè à dire, s'el fe scientemente, o nò, o per suo grado, o contra suo grado.
      5. Podere si è in due maniere.
        1. L'una è che aiuta à fare la cosa piu leggiermente.
        2. Et unaltra sanza la quale non può essere fatta, di ciò può lo [Page 229v] LIBBRO parlatore stabilire suoi argomenti,
        in questa maniera, egli non è maraveglia, se questo cavaliere vinse la giostra, però che gli è meglio à cavallo che l'altro. Et cosi questo huomo non fara la giostra, però che non ha cavallo. Et questi non fe il coltello, però che non havea ferro.
    3. De le proprietà, che sono aggiunte alla cosa, fa el parlatore suoi argomenti in questo modo, quando egli gli trahe dun'altra cosa piu grande, o piu picciola, & simigliante ad una contraria, o del generale, o de lo spetiale, o de la fine de la cosa. Et sappiate che cosa pari, si è piu grande & piu picciola, si è considerata
      1. per la forza,
      2. & per lo numero,
      3. & per la figura di lui.
      1. Forza è in due maniere.
        1. L'una ch'è nel corpo, si è la forza, quando suo nome significa la proprietà di lui. Che essere chiamato Salamone, non significa altro che sapienza. Et ha essere chiamato nerone, non significa altro che crudelta & follia.
        2. Ne la cosa è la forza, quando'l nome de la cosa significa la proprietà di lui, però che à dire patricida, significa di gran crudelta à dio, & à gl'huomini.
      2. Altresi considerare lo numero, quando lo parlatore dice uno due o tre genti.
      3. Altresi considerare la figura del corpo, quando l'huomo dice, egli è grande o picciolo, & la figura de la cosa, quand'ella hae piu di proprietà. Che piu è à dire, questo huomo uccise un prete su l'altare nel giorno di pasqua, che à dire, egli uccise uno huomo privatamente. Simile cosa non è pari cosa, che pari cosa significa la grandezza & la misura. ma simile non significa altra cosa, che la qualita, che simiglianza è la proprietà, che fa due diverse cose essere simiglianti tra loro. Ragione come quest'huomo è leggiere com'el tigro, & questo prete dovrebbe sermonare al popolo, come [Page 230r] OTTAVO. 230 san Piero. Contrarie cose son quelle, che sono dirittamente l'una contra l'altra, si come freddo contra à caldo, & morte contra vita, & male contra bene, & veghiare contra dormire, & orgoglio contra humilità. Diche il parlatore può soi argomenti fare in questa maniera. Se tu danneggi colui che ti libberò da morte, che farai dunque à colui che ti vole uccidere? Generale cosa è ciò ch'è di sopra, cioè à dire, quello che comprende molto cose sotto se. Che vertu è generale, però che comprende giustitia, senno, temperanza, & molte altre bontà sotto se. Spetial cosa è quella, ch'è sotto la generale. Che avaritia è spetiale, però che l'è sotto cupidità, & senno è sotto virtu. La fine de la cosa è ciò che gia n'adiviene, & che n'è adivenire, & di queste cose si trahe lo parlatore suoi argomenti, quando mostra quello che de adivenire, o che adivenire ne suole de le cose simiglianti. In questa maniera per orgoglio viene oltraggio, & per oltraggio viene odio.
    4. La quarta maniera de le proprietà de le cose son quelle, che adivegnono intorno la cosa, non cosi dentro, come le altre dette dinanzi. In che l'huomo dee inanzi guardare come quella cosa è chiamata, & di qual nome, & chi fu el capitaneo, o el trovatore de la cosa, & chi l'aiutò à fare. Appresso de egli guardare, quale leggi, o qual uso che giudicamento è sopra à quella cosa, o quale arte, quale scienza, o qual mestiere. Altresi de egli guardare, se cotali cose sogliono adivenire spesso, o per natura, o nò, & proprietà & molte altre cose che sogliono adivenire appresso'l fatto presente, o tardi, & se ciò è honesto, o utile, dee considerare lo parlatore in tale maniera, che di tutte le proprietà elli sappia conformare suo detto, & ritrarre suoi argo [Page 230v] LIBBRO menti à provare la cosa, però che male s'intramette di parlare, chi non pruova sue parole ragionevolmente, si che sia creduto di quello che dice, o de la magigor parte. Et però vuole lo maestro mostrare, come lo parlatore dee fare suoi argomenti.

    Di due maniere di tutti argomenti. Cap.51.

    Tutti argomenti ch'el parlatore fa per proprietà di vanitade. Tullio dice, che‘egli dee essere necessario,[*] see Cap.52 o verisimile.[*] see Cap.53 Che argomento si è un detto trovato sopra alcuna materia, che la dimostra verisimilmente, o che la pruova necessariamente.

    De li argomenti necessari. Cap.52.

    Necessario argomento si è quello, che mostra la cosa in tal maniera, che altrimento essere non può. Ragione come. Questa femina giace in parto, dunque giace quella con huomo. Et sappiate che argomento che pruova la cosa di necessità, può essere detto in tre maniere,

    1. o per riprozzo,
    2. o per numero,
    3. o per semplice conclusione.

    1. Riprozzamento si è, quando'l parlatore divisa due, o tre, o piu parti, de le quali se suo adversario conferma l'una, quelli ch'elli hae sie certo ch'elli sara concluso. Io dico che Tomaso, o egliè buono, o egliè reo. Et se tu dicessi ch'el fosse buono, io dirò, dunque, perche biasimi tu? Et se tu dicessi, che fosse rio: io dirò, perche conversi tu con lui? Et cose v'ha di riprozzamento che qualunque parte tu prendera, io mettero mio argomento, che ti conclude per necessità. Et sappiate che questo argomento è in tre modi.
      1. L'uno è per forza di due contrarie cose, che l'huomo dee dire tutto insieme l'una dopo l'altra, si come l'essempio ch'è detto di sopra.
      2. L'altro si è per forza di due cose che sono contrarie tra loro, per forza di due nega [Page 231r] OTTAVO. 231 tioni in questra maniera. Io dico, che questo huomo ha danari, o elli non ha nullo. Cotale argomento fe Santo Agostino alli giudei, quando disse loro. Lo santo de santi, o elli è venuto, o nò. s'elli è venuto, è perduto vostro nocimento: [*]
        ‘"Cioè: 'Non sarete più gli unti del Signore'"’(Einaudi 2007).
        & se non è venuto, non è el nocimento perduto. Dunque havete voi Re, dunque v'è Christo, o un'altro: ma altro Re non havete voi, dunque egliè Christo. [*]
        ‘"Cfr. sant'Agostino, 'Contra judaeos, paganos et arianos, in 'PL' XLII, col. 1124: 'Dic, sancte Daniel, dic de Christo quod nosti. 'Cum venerit,' inquit, 'Sanctus sanctorum, cessabit unctio.' Quare illo praesente cui insultantes dicebatis, 'Tu de te ipse testimonium dicis, testimonium dicis, testimonium tuum non est verum,' cessavit unctio vestra, nisi quia ipse est qui venerat Sanctus sanctorum? Si, ut vos dicitis, nondum venit, sed exspectatur ut veniat Sanctus sanctorum, demonstrate unctionem: si autem, quod verum est, cessavit unctio vestra, agnoscite venisse Sanctum sanctorum' ('Di', san Daniele, di' cosa hai saputo di Cristo. Quando verrà, disse, il Santo dei santi, cesserà l'unzione. Perciò, quando sarà presente colui al quale, insultandolo, dicevate: Ti fai testimone di te stesso, ma la tua testimonianza non è vera, perché cesserà la vostra unzione se non per il fatto che lui che è venuto è il Santo dei santi? Se, come dite, il Santo dei santi non è ancora venuto, ma si attende che venga, dimostrate la vostra unzione; se invece, come è vero, è cessata la vostra unzione, riconoscete che il Santo dei santi è venuto')"’(Einaudi 2007).
        [*] See Augustine's "Sermo contra Judeos, Paganos, et Arianos."
      3. [*] There seems to be no third element. Einaudi has, instead of the line above "Et sappiate che questo argomento è in tre modi" has "E sappiate che questo argomento è di due tipi: (...)".
    2. Numerò nel suo detto molte cose, immantenente le trahe tutte via se non una solamente, laquale è pruova per necessitade. Io dico cosi, & conviene per viva forza, che se questo huomo uccise quell'altro che elli lo fe per odio, che intra loro fu, o per paura, o per isperanza, o per amore d'alcuno suo amico Et s'egli non ha nulla di queste cagioni, dunque non l'uccise elli, che sanza cagione non può essere fatto cotale malificio. Ma io dico, che intra loro non havea odio alcuno, ne paura, ne speranza di essere suo herede, o d'havere alcun'altro utile di sua morte, ne elli, ne alcuno suo amico. Dunque dico io, ch'elli non lo uccise. Questa maniera d'argomento è per numero proprietabile, à colui che difende sua bisogna. Si come l'essempio dimostra di sopra. Altresi è quello utile à colui, che accusa. Io dico che mio argento, o elli fu arso, o elli è ne la fonda, o tu l'hai imbollato. Ma arso non fu egli, ne ne la fonda non è, dunque rimane questo che tu l'hai imbolato.
    3. Semplice conclusione è quando el parlatore conchiude necessariamente, ciò che elli vuole provare per forza d'una cosa ch'è detta dinanzi. Tu di ch'io feci questo homicidio d'agosto, ma in quel tempo era io oltra mare, dunque pare elli per necesseta, ch'io nol feci.

    Hora havete udito le tre maniere de necessari argomenti, de quali lo parlatore si die fieramente guardare, che [Page 231v] LIBBRO suo argomento non habbia solamente el colore, & la simiglianza di necessita, anzi sia di si necessaria ragione, che lo adversario non possa nulla contradire.

    Qui dice come si divisanno li verisimiglianti argomenti. Capitolo.53.

    Lo verisimigliante argomento è quella cosa, ch'è usata di venire spesso, o de le cose ch'elli hanno alcuna simiglianza, overo simili de le cose usate di venire, prende lo parlatore suo argomento, in tal maniera. Se questa femina è madre, dunque ama ella suo figliuolo: & questo è desperato, dunque non tiene elli sacramento. [*] ‘"Perché non manterrà la parola data; cfr. Cicerone, 'De inv.' I, XXIX, 46: 'si avarus est, neglegit ius iurandum' ('se è avaro, non rispetta il giuramento')"’(Einaudi 2007). [*] See Cicero's "De inventione" Bk. I, 46. De le cose che l'huomo pensa che sieno, prende el parlatore argomento in tal maniera. Se questo huomo è peccatore, la sua anima andera alla eternale morte. Et se questo huomo è philosopho, dunque non crede elli ne l'idoli. De le cose che hanno alcuna simiglianza, prende el parlatore suo argomento in tre modi,

    1. o per contrario suo,
    2. o per sue parole,
    3. o per quelle che sono d'una medesima ragione.

    • Et per lo contrario fa l'huomo suoi argomenti in questa maniera: se peccatori vanno in inferno, dunque li giusti vanno in paradiso.Per le simiglianti, si come luogo sanza porte non è sicuro alle navi, cosi lo cuore sanza fede non è durabile all'amico. Che luogo sanza porto, et cuore sanza fede, sono simili amutabili: & nave & amico, sono simili in figura.
    • Per stabilimento de gl'huomini si è, quando elli stabiliscono per loro medesimi sopra una cosa dottosa, che ne debbia essere.
    • Per le cose che sono d'una medesima ragione, prende el parlatore suoi verisimili argomenti in questa maniera. S'elli non è laida cosa à cavallieri donare le robe, dunque non è laida à ministrarli s'elli lo ve [Page 232r] OTTAVO. 232 stono.

    Hor sappiate, che questi argomenti & altri sembrabili sono necessari in questa maniera. S'elli andò mal grado, dunque elli fu ferito. Ma el verisimile si è cosi. S'elli ha molta polvere su calzari, dunque è elli ito lunga via. Cotali argomenti sono probabili, ma elli non sono necessari. Però che potrebbe venire molta polvere su calzari, sanza essere ito lunga via, ma mal grado non potrebbe havere l'huomo sanza inaventura. Per ch'io ho detto che tutti argomenti verisimili,

    1. elli son segni,
    2. egli sono credevoli,
    3. o sono stabiliti,
    4. o sono simiglianti

    • Segno si è una dimostranza, che dà presontione che la cosa fu, o sarà, secondo la significanza di colui. Ma ella non è vera pruova, & però richiede maggiore confirmamento. Et questi segni sono secondo li cinque sensi del corpo, cioè del vedere, de l'udire, del fiatare, del saporare, & del toccare. Che se io dico. Egli ha d'intorno à qui carogna, perche ci è grande puzza: certo questo è segno, ma non è si certo che non vi bisogni anchora maggiore pruova.
    • Credevole è quello, che sanza testimonianza dà fede & credenza in questa maniera. Et non è nullo che non desideri che suo figliuolo sia santo & buonagurato.
    • Stabilimento è in tre maniere,
      1. o per legge,
      2. o per comune vso,
      3. o per istabilimento d'huomini.
      1. Per legge è stabilita la pena de ladroni & d'homicidiali.
      2. Per comune uso è stabilito, che l'huomo renda honore à vecchi & à maggior di lui.
      3. Per istabilimento de gl'huomini si è, quando gl'huomini istabilissero per loro medesimi sopra una cosa dottosa che debbia essere. Ragione come. Gates, quando fu senatore di Roma, non fe nulla sanza el senno di suo compagnoni, [*]
        ‘"Tiberio Sempronio Gracco, censore nel 169 con Caio Claudio Pulcher, fu console non l'anno dopo, come dice Brunetto Latini, mma nel 163 (e, precedentemente, nel 177)"’(Einaudi 2007).
        quali li tornavano à senno, & quali à follia. Ma la comunita del [Page 232v] LIBBRO popolo stabili ch'elli fosse consolo l'anno appresso, & cosi fu fermato, elli havea fatto grandissimo senno.
    • Simile si è quello, che mostra alcuna simile ragione intra due diverse cose. & ciò è per tre ragioni,
      • o per imaginatione,
      • o per comparatione,
      • o per essemplo.
      1. Immagine si è, ciò che dice che due o piu diverse cose, hanno alcuna similitudine tra loro, secondo la proprietà del corpo, & de la natura, in questa maniera. Questo huomo è piu ardito, che uno leone, & quest'altro è piu codardo che lepre.
      2. Comparatione è, che mostra che alcune diverse cose habbiano intra loro simiglianza, secondo le proprieta del cuore, in questa maniera. Questo huomo è ingegnoso come Aristotle, & questo altro è grosso come asino.
      3. Essemplo è quello argomento, che mostra alcuna simiglianza ne le cose per lo detto, & per lo comandamento, che l'huomo truova ne libbri de savi, & però ch'è adivenuto à savi huomini, o alle cose che furon di quella simiglianza.

    Ma di questi argomenti si tace hora lo conto, perch'elli ritornera à glialtri, liquali appartegnono à confirmamento.

    De l'argomento in due maniere, o d'appresso, o da lungi. Capitolo.54.

    Appresso ciò ch'eli maestro ha mostrato li luoghi, [*] See Cap.47-48? & li argomenti, [*] See Cap.51-53 & la proprietà, [*] See Cap.49-50 & la ragione come el parlatore può prendere argomenti di provare sua materia & suo detto, [*] ??? à lui parve, che s'elli divisasse questi argomenti per parti, la ragione sarebbe piu bella, & piu intendevole. Simigliantemente però che questa è una scienza, che pochi parlatori sanno, perche la è grave à sapere & mostrare. Et però dice elli in questa maniera, che tutte maniere d'argomenti, di qualche proprietà, o di qualunque ragione elli [Page 233r] OTTAVO. 233 siano certi, el convien ch'elli siano d'appresso, o da lungi per alcuna fiata. La materia del parlatore si è, ch'elli nol potrebbe provare, s'elli non prendesse da lungi. [*] ‘"Si potrà integrare congetturalmente: "Perché qualche volta la materia dell'oratore è tale 'che egli potrebbe provarla da vicino, e qualche volta è tale' che egli non potrebbe provarla se non lo facesse da lontano"’(Einaudi 2007). Et però è diritto, à divisare l'insegnamento de l'uno & de l'altro.

    Di quello argomento ch'è da lungi. Cap.55.

    Da lunga & d'appresso quello argomento, che parla simiglianza de le certane cose, dà lungamento à suo adversario à conoscere quella cosa, ch'el parlatore vuole mostrare. Ragione come io parlai ad Aldobrando, che non amava sua moglie, ne ella lui, in questa maniera. Dime Aldobrando. S'el vostro vicino ha miglio cavallo di voi qual vorresti voi inanzi, o'l suo, o'l vostro? Lo suo, disse egli. Et s'egli havesse piu bella casa di voi: qual vorresti voi inanzi, o la sua, o la vostra? La sua, diss'elli. Et s'elli havesse miglior femina di voi, qual vorresti voi inanzi? A questo motto, non disse nulla. Et io andai alla moglie, & dimandaila in questa maniera. Se votra vicina havesse maggiore tesauro di voi, qual vorresti voi inanzi tra'l suo o'l vostro? Lo suo, disse ella. O s'elli havesse megliori & piu belli drappi, & piu ricchi arnesi di voi: quali vorresti voi, o suoi, o vostri? Li suoi, disse ella. Et se ella havesse miglior marito di voi, qual vorreste voi piu tosto tra'l suo, o'l vostro? A questa parola si vergognò, & non disse nulla, quando fui à ciò venuto, immantinente dissi loro, però che nullo non rispose à ciò che volea dire, io dirò che ciascuno pensa. Voi vorresti havere buona moglie, & voi buon marito: perciò io dico, che se voi fate tanto che ciascuno sia lo megliore, voi non finirete giamai di quel che l'huomo sia. Dunque vi conviene pensare, che voi siate buona moglie & buon marito. Guardate dunque, che [Page 233v] LIBBRO per la simiglianza de le terrene cose da lungi, io recava à consentire ciò ch'io volea. Che se io domandasse semplicemente, se quello volesse migliore moglie, & quella migliore marito, certo elli non sarebbero consentiti à mia dimanda. Cotali argomenti usa molto Socrate in suoi detti. Et tutte volte ch'elli volea nulla provare, mettea egli inanzi cotale ragione, che l'huomo non potea negare. Et allhora facea egli sua conclusione, di ciò che era nel suo prologo, & nel suo proponimento. Dee il parlatore guardare tre cose.

    1. Prima che quella cosa ch'elli prende da lunga per simiglianza di sua cosa, sia certa & sanza dottanza, che cosa dottosa dee essere provata per certe ragioni.
    2. Appresso de egli guardare, che ella sia nel tutto simigliante à quel che vuole provare, che se ella fosse strana, o non simile, egli non potrebbe formare sua pruova.
    3. Appresso dee elli guardare, che gl'uditori non sappiano, in che lo parlatore intende, ne perche faccia sua dimanda, che s'elli se n'accorgesse, elli si tacerebbe, o elli negarebbe, o elli risponderebbe per contrario.

    Et quando tu haverai à ciò menato tuo adversario, & conviene che faccia Una di queste tre cose,

    1. o ch'elli taccia,
    2. o ch'elli nieghi,
    3. o che confermi sua pruova.

    Et s'egli la niega, o tu la pruova per la simiglianza di quel che tu havevi dinanzi detto, o d'altre simili cose che tu dichi immantenente. Ma s'egli conferma, o egli si tace, immantenente dei tu conchiudere la dimanda, & poner fin al suo dettO. Che Tullio dice,

    quelli argomenti potete voi intendere, che in questo argomento da lungi conviene havere tre cose.
    1. La prima si è la simiglianza ch'el parlatore dice inanzi.
    2. La seconda si è la propia cosa, ch'elli vuole provare.
    3. La terza è la conclusione, che mostra ciò che si segue di [Page 234r] OTTAVO. 234 suo argomento, o mostra pruova.
    Ma acciò che sono molte genti di si duro cervello, che per lo insegnamento che sia posto sopra alcuna scienza, nol potrebbe intendere, se elli nol vedesse per mostrarlo per essemplo. Vuole lo maestro mostrare anche uno essemplo del piatto, che dura lungamente tra Greci, che havevano una legge, che s'el vecchio contestabole, non rimandasse tutti li cavalieri al novello contestabole, che elli dovesse perdere la testa. Hora venne che Epaminunda [*]
    ‘"Uomo politico e generale tebano, nato tra il 420 e il 515 e morto nel 362 a.C. L'episodio qui ricordato, relativo alla seconda spedizione nel Peloponneso (369), è narrato da Cornelio Nepote ('Corneli Nepos Vitae', recognovit... E.O. Winsted, Oxford 1971, XV, VIII). Nella tradizione del 'Tresor' il nome di questo personaggio è variamente storpiato"’(Einaudi 2007).
    non rimandò tutti li cavalieri al contestabole novello quando dovea, anzi se ne andò con tutta la sua hoste contra à Macedoni, & vinseli per forza d'arme. Et quando elli ne fu accusato, elli dicea, che quelli che fece la legge, intese ch'el vecchio contestabole ritenesse li cavalieri per lo prò del comune, & che elli non fosse di ciò dannato. Et suo adversario facea suo argomento contra lui, in tal maniera. Signori giudici, ciò che voi trovate scritto, sofferetelo voi? nò. & se ciò fosse che non lo sofferiste, per la vittoria che eglia ha havuto, questo sarebbe cantra la dignità di voi, & contra vostro honore. Et pensate voi che el popolo el sofferi? certo non farà. Et se questo è che elli sia diritto à farlo, certo io conosco tanto senno in voi, che non vi parrebbe, perciò io dico, se la legge non può essere amendata, ne per noi ne per altrui, dunque non puotete voi rimutare la sentenza, puoi che voi non puotete rimutare uno solo motto.

    Qui tace lo Maestro à parlare de lo insegnamento da lungi, di che elli ha detto assai, & torna allo argomento d'appresso.

    [Page 234v]LIBBRO

    De l'argomento d'appresso. Cap.56.

    Dappresso è quello argomento, che per alcuna prosperità del corpo o de la cosa mostra ch'el detto sia verisimile, & confermalo per sua forza, & per sua ragione sanza nullo argomento da lunga. Di questo argomento dice Aristotle, che si fa .5. parti. [*] ‘"Così in Cicerone, 'De inv.' I, 61"’(Einaudi 2007). [*] See Cicero's "De inventione" Bk. I, 61.

    1. La prima è proponimento, [*] propositiocioè à dire, quando tu proponi brevemente la somma di tuo argomento. Ragione come. Tu dici che tutte cose son meglio governate con consiglio, che sanza consiglio, questo è tuo proponimento [*] propositio , & è la prima parte di tuo argomento.
    2. Hor ti conviene andare alla seconda, cioè à confermarla per molte ragioni in questa maniera. La magione ch'è stabilita per ragione, è meglio governata di tutte cose, che quella che è governata follemente. L'hoste che ha buono capitano et buono signore, è piu saviamente menata, di quella ch'ha folle capitano & signore. La nave fa bene suo corso, quando ha buoni governatori. Hora è compiuta la seconda parte de l'argomento, cioè el confermamento de lo primo proponimento [*] propositio.
    3. Hora ti conviene andare alla terza parte, cioè apprendere ciò che tu vuoli provare per la prima proposta [*] propositio, in questa maniera. Nulla cosa non è si bene governata per consiglio, come tutt'il mondo. Quest'è l'impresa [*] assumptioche tu vuoli provare. [*]
      ‘"I termini 'proposement' e 'prise' sono resi con i corrispondenti latini utilizzati da Cicerone, 'De inv.' I, 59, poiché in italiano la terminologia non è altrettanto precisa né univoca. 'Propositio' et 'assumptio' sono parti dell'epicherema, cioè una varietà di sillogismo trattata diffusamente da Quintiliano, 'Inst.' V, 14, e corrispondono nella terminologia italiana alla maggiore e alla minore del sillogismo"’(Einaudi 2007).
      [*] See Cicero's "De inventione" I, 59. [*] See Quintilian's "Institutio Oratoria" Bk. V, 14, 14.
    4. Et immantenente te conviene andare alla quarta parte de l'argomento, cioè à confermare l'impresa [*] assumptio per molte ragioni, in questa maniera. Noi vedemo ch'el corso del sole & de le pianete, & di tutte le stelle, è stabilito in loro ordine, li movimenti del tempo sono per ciascuno anno, o per necessità, o per la utilità de tutte terrene cose, ne l'ordine del di, & de la notte non sono per danno d'alcuno. Tutte que [Page 235r] OTTAVO. 235 ste cose son segni, ch'el mondo è governato per grandissima provedenza. Hora è compiuta la quarta parte de l'argomento, cioè lo affermamento de la impresa [*] assumptio.
    5. hora si conviene andare alla quinta parte de l'argomento, cioè alla conclusione, che può essere detta in due maniere.
      1. O sanza ridire niente del primo proponimento [*] propositio ne de la impresa [*] assumptio, in questa maniera. Dunque io dico, ch'el mondo è governato per consiglio.
      2. O ridicendo el primo proponimento [*] propositio è la impresa [*] assumptio, in questa maniera.Se tutte le cose son meglio governate con consiglio, che sanza consiglio, & nulla cosa non è si ben governata per consiglio, come tutto il mondo dunque dico ch'el mondo è governato per consiglio.

    Queste sono le .5. parti de l'argomento d'appresso, cioè

    1. el proponimento, [*] propositio
    2. el confirmamento,
    3. l'impresa [*] assumptio,
    4. el suo confermamento
    5. & la conclusione.

    Ma sono molte genti che dicano, che in questo argomento non è mai che 4. parti sanza piu. Ch'elli credono ch'el proponimento [*] propositio el confermamento sieno una cosa medesima, & l'impresa [*] assumptio el suo confirmamento è una cosa, & la conclusione è unaltra cosa. Ma egli sono malamente ingannati. Ragione perche. sanza che una cosa non può essere, non è quella cosa medesima, anzi è unaltra cosa per se, & cosi sono due cose, & non una. Se io possa essere huomo sanza sapere leggere, dunque sono io una cosa, & leggere è unaltra. Cosi d'uno proponimento [*] propositio che può essere fermato in questa maniera. S'el di che fu fatto questo homicidio, fu fatto à Roma, io era à parigi, dunque non fu io à questo homicidio. Qui non ha mestieri nullo confermamento, immantenente fatai tua impresa [*] assumptio, et dirai in questa maniera. A parigi era io sanza fallo, quando tu havrai ciò detto, dei confermare & provare, & fare poi [Page 235v] LIBBRO tua conclusione & dire, dunque non fu io à questo homicidio. Et altre si una impresa [*] assumptio puo essere fermata & stabilita sanza nullo confermamento, in questa maniera. Se tu vogli essere savio, dei tu istudiare in philosophia, questo è il primo proponimento [*] propositio che richiede d'essere confirmato, però che molte genti pensano che lo studio de la philosophia sia rio. Et quando tu l'havrai confermato di buone ragioni, tu farai tua impresa [*] assumptio in questa maniera, tutti gl'huomini desiderano essere savi. Questa impresa [*] assumptio è si certa, che non si conviene confermare. Ma immantenente fa tua conclusione in questa maniera. Dunque dee ciascuno istudiare in philosophia. Per queste ragioni, per questi essempli puoi tu bene conoscere, che sono tali proponimenti [*] propositioneset di tale imprese [*] assumptiones, che vogliono essere confermate, et di tali che nò. Et però s'accorda Tullio alla sentenza d'Aristotle, & dice, ‘che in questo argomento è .5. parti.’ Et che quelli sono in errore, che pensano ch'elle sieno tre parti tanto. Ma nò per tanto, & può bene essere alcuna volta, che l'argomento è di tale natura, che non usano se non le .4. o le tre parti sanza piu. Et alla verità, l'argomento ha tutte 5. le parti, quand'elli dice lo proponimento [*] propositio, el suo confermamento & l'impresa [*] assumptio et la conclusione. ma quando el proponimento [*] propositio & l'impresa [*] assumptiosono stabiliti, che l'uno di loro non ha mestieri di nullo confermamento, non ha che .4. parti. Et s'el proponimento [*] propositio & l'impresa [*] assumptio sono tali, che l'uno ne l'altro non dimanda confermamento, all'hora non ha l'argomento, ma che tre parti, cioè confirmamento, [*] This is clearly a mistake, as the logic of the sentence indicates. One ought to read 'proponimento' instead of the erraneous 'confirmamento' impresa [*] assumptio, & conclusione. Ma e sono molte genti che dicono, che questo argomento, può essere da due parti, che s'el proponimento [*] propositio et la impresa [*] assumptio sono stabiliti, che la conclusione havea niente, si che non la con [Page 236r] OTTAVO. 236 viene dire, all'hora non ha elli, ma che due parti. Et s'el proponimento [*] propositioè si forte, ch'el parlatore non può formare sua conclusione sanza impresa [*] assumptioall'hora non ha, ma che due parti in questa maniera. Questa femina partorio, dunque conobbe ella huomo. Et s'el proponimento [*] propositioè si forte stabilito, che l'huomo intende bene la conclusione sanza udirla, all'hora non è egli, ma che una parte. Che se tu di questa femina è grossa, ciascuna intende, ch'ell'ha conosciuto maschio, si che non li resta nulla à dire sopra queste parole. Et dice Tullio, ‘ch'elli non pensa che diritto argomento possa essere fatto secondo quest'arte, di meno di tre parti.’ Et tutto che diverse scienze habbiano diversi insegnamenti, non per tanto la scienza di Rettorica vuole argomenti chiari et certi, che si facciano credere à gl'uditori. Et però ha el maestro divisato diligentemente tutte maniere di provare quello che l'huomo vuol dire à conformare suo detto, secondo che appartiene alla quarta parte del conto, cioè à confirmamento, & ritorna à sua materia per dire de la quinta parte del differmamento.

    De la quinta parte, cioè del differmamento. Cap.57.

    Appresso la dottrina del confermamento, viene la quinta parte del conto, cioè del differmamento. Diche Tullio dice. ‘Ch'el differmamento è chiamato, quando'l parlatore menima & strugge l'argomento del suo aversario in tutto, o in maggior parte.’ Et sappiate che differmamento esce di quella medesima fontana, ch'el confermamento. Che come una cosa può essere confermata per la proprietà del corpo, & de la cosa, cosi può essere differmata. Et però de tu prendere gli argomenti medesimi, ch'el maestro divisa in à dietro, nel capitolo del confermamento. [*] See Cap.47-56 Et non dimeno, [Page 236v] LIBBRO egli ne dirà alcuno, per meglio dimostrare la forza & la natura del confermamento. Et ciascaduno può intendere piu leggermente, quando l'uno contrario è messo appresso l'altro. Tutti argomenti difermano in .4. maniere.

    1. La prima è se tu vogli negare l'impresa [*] assumptiodel tuo adversario, quel medesimo che gli vuole provare.[*] Cap.58.59
    2. Appresso ciò ch'el confirmi, tu nieghi la conclusione.[*] Cap.60
    3. Appresso che se tu dici che suo argomento sia vitioso.
    4. Appresso che contra suo argomento, tu ne dichi uno altresi fermo ò piu.

    Et però vuole lo maestro mostrare la dottrina, che si conviene à ciascuno di queste quattro maniere.

    De le quatro maniere di differmamento. Cap.58.

    1. Lo primo differmamento è à negare ciò che tuo aversario prende à provare per argomenti necessari, & per argomenti verisimili. Et se quello ch'elli dice è argomento verisimile, tu il potrai negare in .4. maniere.
      1. L'una è, quando egli ha detto una cosa verisimile, tu dici che non è, che suo detto è chiaramento falso. in questa maniera, tuo aversario dice, che non è nullo che non sia piu cupido di danari, che di senno. Certo diciò non dice elli lo vero, che elli ne sono molti, che piu amano senno, che danari. O s'el suo detto è tale, ch'el suo contrario sia altresi credevole, come lo suo detto, in questa maniera. Tuo aversario dice, che non è nullo che non sia piu desideroso di signoria, che di danari. Certo altresi puoi tu dire fermamente el suo contrario, che non è nullo che non desideri piu danari che signoria. O s'el suo detto non è credevole, in questa maniera. Uno huomo ch'è fieramente avaro dice, che per un picciolo servigio d'un suo amico, lasciò un suo grandissimo prò. Et se ciò che suo [Page 237r] OTTAVO. 237 le adivenire alcuna volta, tuo aversario dice ch'elli adiviene tutto diversamente, in questa maniera. Elli dice che tutti i poveri desiderano piu danari, che signoria. ma elli ne sono d'altri, che amano piu la signoria. Si come in alcun luogo diserto, fa l'huomo homicidio, & non in tutti. Et se quel che adiviene alcuna volta, tuo aversario dice che non adiviene mai, in questa maniera. Egli dice, che nullo huomo può essere preso d'amore di femina, per un solo isguardo, perche, questa è una cosa che puo adivenire, che per un solo isguardo, & per una sola veduta l'huomo l'ama per amore.
      2. La seconda maniera di negare lo detto di tuo aversario è, quando dice l'insegnamenti d'uno cosa, & tu li differmi per quella medesima boce ch'elli conferma, con tutti insegni, conviene mostrare due cose.
        1. L'una che quel segno sia vero.
        2. L'altra che sia propio segno de la cosa, che vuole provare.
        Si come sangue ch'è segno dimislea, & carbone è segno di fuoco, & poi conviene mostrare che sia fatto quello che conviene, o che non è fatto quello che si conviene, & che l'huomo di cui el parlatore dice, sapea la legge & el costume di quella cosa, che tutte queste cose partegnono à segni, & à simiglianze. Et però quando tu vuoli differmare li segni di tuo aversario, tu dei sguardare com'elli lo dice, che s'egli lo dice che ciò sia segno di quella cosa, tu dei dire che non è, in questa maniera, elli dice che la tocca sanguinosa che tu porti, è segno che tu fosti alla mislea. Et tu di che questo è legger segno, che la tocca sanguinosa può essere segno che tu se sanguinato. O tu di ch quel segno appartiene piu à te che à lui. Che se dice che sia fatto quello che non si conviene in questa maniera, tu hai rosso nel volo, però che tu [Page 237v] LIBBRO hai colpa in quello misfatto, & tu di, che ciò non fu per male, anzi per honestà & per diritto. O tu di, che quel segno si è del tutto falso. che s'egli dice che tu havevi el coltello sanguinoso in mano, tu di che sanguinoso non era egli gia, anzi era rugginoso. O tu di che quel sia appartenente all'altra sospettione, che tuo aversario non dice. Che se dice che non è fatto quello che si conviene, in questa maniera. Tu ten'andasti sanza prendere commiato, questo è simigliante al ladronezzio, & tu di che ciò non fu per male, anzi fu perche tu non volevi isvegliare lo signore.
      3. La terza maniera di negare lo detto di tuo aversario si è quando elli fa nel suo detto una comparatione contra due cose, & tu di che quella cosa non è simile à quell'altra, però ch'elle sono diverse maniere, ch'elli dice tu vorresti havere miglior cavallo che tuo vicino dunque vorresti haver miglior femina, & tu nieghi suo detto, perche femina è d'altra ragione che cavallo, & però che son diverse nature, che s'elli dice che l'huomo lo de dottare come leone, & tu nega suo detto, però che huomo è d'altra natura ch'el leone però che sono di diversa forza. Et s'elli dicesse che Pirro dee essere dannato à morte per la moglie di Horeste ch'elli furoe, si come Paris che furò Helena. [*]
        ‘"Come racconta Ovidio nelle 'Eroidi' (VIII, 'Hermione Oresti'), Ermione, figlia di Elena e Menelao, era stata promessa in sposa dal nonno Tindaro al cugino Oreste. Nello stesso tempo, però, Menelao l'aveva promessa a Neottolemo, detto Pirro, il quale la pretese per sé sottraendola con la forza ad Oreste"’(Einaudi 2007).
        [*] See Ovid's "Epistles" 'Hermione to Orestes.' Et tu nieghi suo detto, però ch'el forfatto di Paris fu maggiore, che quel di Pirro, et però ch'elli non sono d'una grandezza. Che s'egli dice, questo huomo de essere giudicato à morte però che ha ucciso un huomo, cosi come quest'altro, che n'ha morti due. Et tu nieghi suo detto, perciò che non fe cosi grande male, come quell'altro. Altresi dico io de la diversita del luogo & del tempo, del corpo, et de la oppinione, et di tutte le diversità, che sono ne gl'huomini et ne le cose. Che [Page 238r] OTTAVO. 238 di ciascuna può el buono parlatore riprendere suo aversario, & di fermare suo confermamento.
      4. La quarta maniera di negare'l detto di suo aversario si è quando elli ricorda alcuno giudicio di savio. Che cotali argomenti possono elli confermare in .4. maniere.
        1. O per la lingua di colui che da el giudicio, si come Giulio cesare disse. ‘Che gli anziani di Roma havieno, per lo loro grande senno, perdonato à quelli di Rodes. ’
        2. O elli lo può confermare, per la simiglianza di quel giudicamento, alla cosa di cui elli parla, si come fece un predicatore di Roma, quando disse, si come nostri antichi perdonaro à quelli di Cartagine, cosi dovemo perdonare à quelli di gretia.
        3. Altresi lo può elli confermare, perciò è che dice, ch'el gudicio ch'elli mentovò fu confermato per tutti quelli che l'udiro, & ch'el doveano confermare.
        4. Altresi el potea elli confermare però che quel giudicio fu maggiore & piu grave che la cosa, diche elli parla, si come Cato quando disse che mallio torquato giudicò à morte el figliuolo, solo perche combattè con franceschi, contra suo comandamento.

    Queste sono le .4. maniere per confermare lo giudicio, & tu sia immantenente apparecchiato à differmare, ciò che per lo contrario di suo differmamento, se tu unque puoi, cioè à dire s'elli lo loda, & tu lo biasimi, & se dice ch'el giudicamento fu confermato, & tu di che non fu, altresi di tutte le ragioni. Ma però che lo insegnamento del parlatore dee essere commune à un parlatore et all'altro, dice lo maestro, ch'el parlatore che ricorda del giuditio, debbe molto guardare, ch'el giudicio non sia dissimile da quello che parla, però che suo aversario lo potrebbe leggermente riprendere. Et poi dee guardare di non contare tale giudicio, che tocchi ad alcuno de li udi [Page 238v] LIBBRO tori, però che gridano immantinente, et dicono che ciò fu contra giustitia, & che il giudice ne dovrebbe essere dannato. Appresso dee elli guardare, che quand'elli può mentovare molti buoni giudici lodati & saputi, ch'elli non mentovi strano & sconosciuto, che quello è una cosa, ch'el tuo adversario può leggiermente riprendere, & infermare suo detto. Hora havete udito come l'huomo dee infermare tutti verisimili argomenti, dunque è da dire de lo differmamento de li argomenti necessarij.

    Del differmamento de li argomenti necessarij. Cap.59.

    Se el tuo adversario fa sopra'l suo detto argomenti necessarij, tu dei immantinente considerare se elli sono necessarij, o elli parono. Et s'elli sono veramente necessarij, tu non hai podere di contradirli. Ma s'elli pareno necessarij & non sono, allhora potrai tu differmare per quelle medesime vie, che sono dette di sopra, nel capitolo de necessarij argomenti, [*] See Cap.52cioè

    1. per rimprozzamento [*] dilemma,
    2. [*] this item is missing from the print copyper numero
    3. o per simplice conclusione.

    1. Rimprozzamento [*] dilemma è, quando el parlatore divisa due, o tre, o piu parti, de lequale se tu confermi l'una, quale che la sia, certo el te conclude s'ella è vera: ma s'ella è falsa, tu poi differmare l'una sanza piu. [*]
      ‘"In realtà ciò che deve essere vero o falso è il dilemma ('reploiement'), come si vede dal testo latino, Cicerone, 'De inv.' I, 83: 'primum conprehensio quae utrum concesseris debet tollere: si vera est, nunquam reprehendetur; sin falsa, duobus modis' ('dapprima il dilemma, che deve convincere, quale che sia l'ipotesi che tra le due è stata accolta: se è vero, non sarà mai confutato; se è falso, lo si confuterà in due modi'). Brunetto Latini deve aver inteso una delle due 'parties', forse perché tratto in inganno dal femminile di 'si vera est'" ’(Einaudi 2007).
      [*] See Cicero's "De inventione" Bk. I, 83. Ragione come. Tuo adversario vuole concludere, che tu dei castigare lo tuo amico, & sopra ciò divisa due parti, in questa maniera. O elli teme vergogna, o nò. S'elli la teme, non castigare, che non è buono. Et se non la teme, nol castigare, ch'egli ha per niente tuo castigamento. Questo argomento non è necessario, ma pare: tu dei immantinente differmare amendue le parti in questa maniera. Anzi lo debbo castigare, che s'egli teme vergogna, & non dispreggia, tanto il debbo io piu tosto castigare, però che non è ben sa [Page 239r] OTTAVO. 239 vio. Et se tu dira parte sanza piu, tu dirai cosi: s'egli non la teme veracemente el debbo castigare, ch'elli sammenderà per mio detto, & lascierà suo errore.
    2. Numero è, quando el parlatore conta nel suo conto molte cose, per provarne una secondo ch'el conto divisa nel capitolo de necessari argomenti. Allhora ti conviene differmare tuo numero che può havere tre vitij.
      1. Lo primo si è, s'egli numera quella parte che tu vogli affermare, tuo adversario dice cosi. O tu hai comperato questo cavalli, o elli ti fu donato, o elli fu allevato in tua cosa, o elli ti rimase per retaggio, & non ti nacque in casa, dunque l'hai tu imbolato sanza fallo. & quando egliè si conchiuso, tu dei immantenente dire la parte ch'elli lasciò in suo numero, et di che tu l'hai guadagnato al torneamento. Et suo argomento è tutto differmato, se ciò è la verità ch'egli non havea contato.
      2. Lo secondo vitio è, quand'egli numera una cosa, che tu puoi contradire. Che se dice che quel cavallo non ti rimase per redità, tu puo dire che si fece, certo suo argomento è tutto spezzato.
      3. Lo terzo vitio si è, quando una de le cose ch'elli numera, tu la puoi riconoscere & fermare sanza laidura. Ragione come. Tuo adversario dice cosi, o tu stai qui per lussuria, o per agguato, o per lo prò di tuo amico.
    3. Semplice conclusione è, quando el parlatore conchiude quel che vuole, per la forza d'una cosa ch'è detta inanzi. Et questo è in due maniere.
      1. Che s'egli pruova per necessita, tu non puoi contradire. Che se dice questa femina è grossa, dunque giacque con huomo. Et se questo huomo fiate, dunque è egli vivo. Certo non potrai dire contra.
      2. Ma s'egli pare di necessita, si è in questa maniera: se ella è madre, dunque ama ella suoi figliuoli. Certo tu li potrai bene riprendere, & mostra [Page 239v] LIBBRO re che ciò non sia per necessita, anzi può essere per maniere.

    Del secondo differmamento. Cap.60.

    Lo secondo differmamento si è, quando tu conosci chel proponimento [*] propositio, o l'impresa [*] assumptio di tuo adversario sia vera, tu nieghi la conclusione, però che quella non nasce di quel che tu havevi conosciuto, anzi conclude altra cosa, che non dee, ne può. Ragione come. Le genti de la cittade andarono ne l'hoste. & adivenne, che quando tu andavi, una infermita ti prese ne la via, che non ti lasciò andare infino all'hoste, si che tuo adversario te ne accusa, & conchiude in questa maniera. Se tu fosse venuto ne l'hoste, nostro contestabole vi ti havrebbe veduto, ma elli non ti vide, dunque non ti volesti tu venire. Hor guarda che in questo argomento, tu affermi bene el proponimento [*] propositio di tuo adversario, cioè, che se tu vi fossi stato, li contestabili vi t'harebbero veduto, & afferma l'imprese [*] assumptio, cioè, ch'elli non ti viddero, ma la conclusione non nasce di ciò, che là ov'egli dice, che tu non vi volesti andare, elli non dice vero, però che tu vi volesti bene andare, ma tu non potesti. Ma questo essemplo è si chiaro & si aperto, che gliè leggier cosa à conoscere lo suo vitio. Et però vi vuole lo maestro mostrare la ragione, & un'altro essemplo piu scuro ad intendere, per meglio insegnare, quello che appartiene al buono parlatore, che là ove li vitij sono scuri ad intendere, o può bene essere provato, si come s'egli fosse vero. Et ciò può essere in due maniere.

    1. O perche elli crede, che tu affermi al certo una cosa dottosa.
    2. O perche crede che non ti sovegna di quello, che tu hai affermato, ò riconosciuto,

    che s'egli crede che tu habbi affermata una cosa dottosa, perche tuo adversario ti conclude, allhora ti conviene mostrare lo intendimento che [Page 240r] OTTAVO. 240 tu havevi, quando tu fermasti quella cosa & dire, che egli ha recato suo argomento ad altra cosa. Ragione come. Tuo adversario dice cosi. Tu hai bisogno d'argento, & tu affermi che si, secondo la tua intentione, cioè à dire, che tu ne vorresti havere piu grande somme, che tu non hai. Ma tuo adversario pensa altra cosa, & dice cosi. Tu hai mestiero di argento, che se ciò non fosse, tu non faresti mercantia, dunque se tu povero. Guarda dunque, che elli ti conviene per altra intentione. Et però puoi tu differmare tuo argomento, ch'egli pieghi & muti, ciò che tu indenti. Ma s'egli pensa che tu habbi dimenticato quello che tu hai conosciuto, com'egli ne dara una malvagia conclusione contra te in questa maniera. Se il reditaggio del morto appartiene à te, ciascuno de credere, che tu l'ucidessi. & sopra questo motto tuo adversario dice molte parole, & assegna piu ragioni da provare sua cosa. Et quando egli ha ciò fatto, & prende suo argomento & dice. Sanza fallo lo reditaggio appartiene à te, dunque l'hai tu ucciso. Guardate dunque che questa conclusione non esce di ciò, ch'el reditaggio appartiene à te. et però ti conviene diligentemente guardare la forza di suo argomento, & com'elli lo ritraggiò.

    Del terzo differmamento. Cap.61.

    Lo terzo differmamento è quando tu dici che l'argomento di tuo adversario è vitioso. Et può essere in due maniere.

    1. O perch'el vitio è nel argomento medesimo, perciò che non appartiene à quel ch'el parlatore lo propose. Et sappiate che vitio è tutto,
      1. o falso,
      2. o comune,
      3. o universale,
      4. o legiero,
      5. o lontano,
      6. o male appropriato,
      7. o dottoso,
      8. o certo,
      9. non affermato,
      10. o laido,
      11. o noioso,
      12. o contrario,
      13. o mutabile,
      14. o adversario.
      [Page 240v] LIBBRO
      1. Falso è quello che dee appartenere à menzogna. Ragione come. Nullo potrebbe essere savio, che dispregia i danari. Socrate dispregia i denari, dunque non fu elli savio.
      2. Comune è quello, che non appartiene piu à te, che à tuo adversario. Che se tu dici soci, io dirò brevemente, perciò ch'io habbo diritto. Altresi lo può dire tuo adversatio come tu.
      3. Universale è quello, che può essere retratto sopra alcuna altra cosa, che non è verace, in questa maniera. Signori giudici io non mi sarei messo in voi, s'io non credessi havere lo diritto.
      4. Leggiero si è in due maniere.
        1. L'una ch'è detto tardi. Si come lo villano che dice. Se io havessi creduto, che buoi mi fossero imbollati, io havere serrata la stalla.
        2. L'altra maniera è à coprire una laida cosa, & di leggiere covertura, si come fe lo cavaliere che abbandonò suo Re, quando egli era in su alta signoria. Et quando lo Re fu disertato, suo cavaliere lo scontrò un di & disse. Signore voi mi doveti perdonare, perche io v'abbandonai, però ch'io m'apparecchio di venire, io sono al vostro soccorso.
      5. Lontano è quello argomento, che è preso troppi lungi. Si come fe la cameriera di Medea, che disse. ‘dio volesse che lo legname non fosse tagliato, di che le navi furon fatte.’
      6. [*] See Cicero's "De Inventione" Bk. I, 91.Male appropriato si è in tre maniere.
        1. Una che dice la proprietà,
        2. che altri sà,
        3. che sono comuni ad un'altra cosa.
        1. Che tu mi domandi de le proprietà de l'huomo che son discordevoli: io dico che discordevoli son quelli, che sono malvagi & noiosi intra gl'huomini. Certo queste proprietà non sono piu discordevoli, che l'orgoglio d'uno folle, che d'un'altro huomo.
        2. La seconda maniera di tale proprietà, che non son vere, anzi false. Che se tu dimandassi de le proprietà di sapienza: & io dicessi, che sapienza non è altro che [Page 241r] OTTAVO. 241 guadagnare argento, io ti direi falsa proprietà.
        3. La terza maniera dice alcuna proprietà, ma non tutte. Che se tu mi dimandassi de le proprietà di follia, & io dicessi, che follia è desiderare alta nominanza, certo gia sia ciò follia d'alcuna parte, non dico io tutte le proprietà di follia.
      7. Dottoso è quello argomento, che per dottose cose vuole provare una dottosa cosa, in questa maniera. Signori principi de la terra, voi non dovete havere guerra l'uno con l'altro, però che li dei, che governano i movimenti del cielo, non combatteno.
      8. Certo è quello argomento, quando lo parlatore conclude quel medesimo, che suo adversario conferma, & lascia ciò che si dovrebbe provare. Si come fece l'adversario di Horestes, quando dovea mostrare, che Horestes havea morta sua madre à torto, elli mostrò ch'elli havea uccisa. Et ciò non bisognava, però ch'elli nol negava, anzi dicea ch'elli l'havea uccisa à diritto.
      9. Non è affermato argomento, & quando el parlatore dice molte parole di confermamento sopra ad una cosa, che suo adversario niega pienamente. Ulisse fu accusato ch'elli havea morto Aiace, ma egli dicea, che non havea. & tuttavia suo adversario facea grande romore, & ciò era laida cosa molto, che un villano vccidesse uno cosi nobile cavaliere.
      10. Laido argomento è quello ch'è dishonesto per ragione del luogo, cioè à dire motti inanzi all'altare. O per ragione di colui che li dice, cioè se uno vescovo parla di femine, o di lussuria. O per ragione del tempo, cioè, se el di di Pasqua l'huomo dicesse, che Christo non resuscitò. O per ragione de gl'uditori, cioè, se dinanzi à religiosi l'huomo parla di vanità, & de diletti del secolo. O per ragione de la cosa, cioè à dire, che chi parla de la santa croce, non dee dire ch'ella sia [Page 241v] LIBBRO forche.
      11. Noioso è quello che noia la volontà de gl'uditori, che se dinanzi à predicatori io lodasse la legge che danna lussuria, certo mio argomento noierebbe a gl'uditori.
      12. Contrario è quello, quando lo parlatore dice contra quello che gl'uditori farebbero. Io vuò dinanzi ad Alessandro ad accusare alcuno pruode huomo, che havesse vinta una citta per forza d'arme, à dire che al mondo non è si crudel cosa come è ad vincere una citta per forza & guastarla. certo cotale argomento è molto contrario, però che l'uditore, cioè Alessandro distrusse piu citta & castella.
      13. Mutabile si è, quando el parlatore d'una medesima cosa dice due diversità, che sono l'una contra l'altra, secondo ciò che l'huomo dice, che la virtu non ha mestiere d'altrui à ben vivere. Et poi appresso disse egli medesimo, che nullo può bene vivere sanza sanità. Et un'altro quando hebbe detto che egli seguiva suo amico per amore. & poi appresso disse ch'elli attendeva di lui grande servigio.
      14. Adversario è quello argomento, che piu fa contra lo parlatore che per lui.Che se io volessi confortare li cavalieri à battaglia, & io dicessi vostri nimici sono grandi & forti & bene agurosi, certo questo sarebbe piu contra me che per me.
    2. Hor conviene di dire de l'altre maniere d'argomenti vitiosi, cioè quand'egli non appartiene à quello ch'el parlatore propose. Et questo può essere in molte maniere,
      1. cioè s'el parlatore promette che dirà piu cose, & poi non dice se non una,
      2. o s'egli dee mostrare tutto, & si non mostra piu che l'una parte. Ragione come. S'el parlatore volesse mostrare, che tutte femine sieno avare, & elli non mostra se non di una, o di due.
      3. O s'egli non se diffende di quel che gliè biasimato, secondo che fe Paces, quando volse diffendere musica [Page 242r] OTTAVO. 242 biasimata per piu, elli non la difese, ma egli lodo molto sapienza. [*]
        ‘"Poeta latino nipote di Ennio, Pacuvio (220 - ca. 130 a.C.) è autore di tragedie di argomento Greco, di cui restano frammenti. Nell''Antiope' di Euripide, Zeto e Anfione discutono sulla musica e finiscono per parlare della saggezza. Cicerone, 'De inv.' I, L, 94, attribuisce l'esempio sia a Euripide che a Pacuvio ('aut Amphion apud Euripidem, item apud Pacuuium')"’(Einaudi 2007).
        [*] See Cicero's "De inventione" Bk. I, 94. Cosi fe quelli ch'era biasimato di vanagloria, ch'egli era molto fiero & ardito d'arme.
      4. O se la cosa è biasimata per lo vitio de l'huomo, si come fanno quelli che dicono male de la santa chiesa per la malvagità de prelati.
      5. O se io volesse lodare uno huomo, & dicessi ch'elli havesse niuna virtu.
      6. O s'io faccio comparatione intra due huomini, o intra due cose, o in altra maniera, ch'elli non creda ch'io possa l'una lodare, sanza biasimare l'altra.
      7. O s'egli loda l'una, & non fa de l'altra mentione, come noi fossemo al consiglio, per provedere quel è meglio, o la pace, o guerra, io non finiria di lodare la pace, ma de la guerra non farebbe altra mentione.
      8. Et se io domandassi d'una certa cosa, & tu mi rispondessi d'una generale, che se io te domandassi de l'huomo s'el corre, & tu mi dici che uno animale corre.
      9. O se la ragione chel parlatore rende è falsa, che s'egli dice che danari son buoni, però che danno piu felice vita, che cosa del mondo, certo la ragione è falsa, però che danari danno ad altrui grandissimo travaglio & mala ventura, secondo Iddio & secondo il mondo.
      10. O se el parlatore rende fievili ragioni di suo detto, si come fece Plaustro. ‘Et egli non è buono, disse egli, che l'huomo castighi il suo amico del misfatto anzi tempo. & però non voglio io hoggi castigare lo mio amico de lo male, che egli ha fatto.’
      11. [*] See Cicero's "De inventione" Bk. I, 95.O se il parlatore renda tale ragioni di suo detto, che sia quello detto medesimo. Che se dice che avaritia è troppo mala cosa, però che cupidita d'argento ha fatto gia molti dannagi à molte genti. Certo avaritia & cupidità sono una cosa.
      12. O se el par [Page 242v] LIBBRO latore rende picciole ragioni, là ov'elli le potrebbe rendere piu grandi, che se dice, bona cosa è amistà, però che l'huomo n'ha molto diletti, certo elli può rendere migliori ragione, & dire che n'ha molti beni, & honestà, & virtudi.

    Del quarto differmamento. Cap.62.

    Lo quarto differmamento si è, quando tuo adversario ha detto suo argomento, tu ne dici un'altro contra altresi forte o piu, & tali argomenti appartiene piu ai conti, che sono su prendere consiglio, ne l'intentione che sopra consiglio, che in altre cose. Et nota, che questo differmamento può essere fatto in due maniere.

    1. La prima si è quando tuo aversario dice una cosa, che tu consenti, & cosi è ella fermata. ma incontanente tu dici in contra piu ferma ragione, ch'è formata per necessario argomento. Che là ove Cesare dicea, ‘noi dovemo perdonare à congiurati, però ch'elli sono nostri cittadini. Ma s'egli non sono dannati, & conviene à forza che Roma sia destrutta per loro.’
    2. [*] Nowhere, to my knowledge, in Caesar's speech does he say that the Senate should forgive the conspirators. On the other hand, it seems to be deduced via analogy in Cap.58, f.238R, particularly points 1.4.1 and 1.4.2.La seconda maniera si è quando tuo adversario dice d'una cosa che le utile, & tu dici che le vero. ma tu mostri immantenente, che quello che li dice è honesta cosa, che sanza fallo honestà è piu ferma cosa, che utilità, o altre tanto.

    Qui tace hora el maestro à parlare de le .5. parte del conto, cioè del differmamento. Diche egli ha detto, ciò egli ne sà dire, & dirà de la sesta, cioè de la conclusione.

    De la sesta parte, cioè conclusione. Cap.63.

    Appresso la dottrina del differmamento, & di tutte le prime quinte parti del conto viene la diretana, cioè la conclusione. Cioè là ove el parlatore conchiude sue ragioni, & la fine à suo conto. Ma non per tanto noi troviamo, [Page 243r] OTTAVO. 243 che Hermaghora nel suo libbro, che inanzi ala conclusione si de mettere lo trapasso, & cosi faceva .7. parti nel conto. Ma el sapientissimo Tullio, che di ben parlare passò tutti gli altri huomini, biasima troppo la sentenza di Hermaghora. Et voi havete bene udito in adietro, che trapasso si è quando el parlatore esce un poco di sua materia propria, & trapassa à unaltra, per lodare se, o sua parte, & biasimare, non per argomento, ma per accrescere la cosa, secondo ch'el maestro divisa qui in adietro, nel capitolo come l'huomo puote accrescere sua materia, & molti altri luoghi. [*] See Cap.14, f.207V, point 6. Di questo trapasso dice Tullio, che non de essere per simiglianza del conto, anzi è sottomesso à gli argomenti de le parti del conto. Et però tace hora lo maestro, & dice, che conclusione ha tre parti,

    1. cioè riconto,
    2. disdegno,
    3. et piatà.

    Et udirete di ciascuna parte per se dilgentemente, & primo di riconto.

    Del riconto. Cap.64.

    Riconto è quella fine del conto, in ch'el parlatore dice brevemente & insieme in suo riconto tutti suoi argomenti, & le ragioni ch'egli ha contate nel suo detto l'una quà è l'altra là. Et egli le riconta in breve parole, per recarle alla memoria de gli uditori piu fermamente. Ma però che s'el parlatore facesse suo riconto d'una maniera solamente, gl'uditori ne sarieno sospetti, & crederebbero che ciò fosse cosa pensata. Si che ti conviene spesso variare & ricontare, hora in una maniera, & hora in unaltra, secondo che si dirà qui di sotto. Et puoi bene alcuna volta ricordare la somma di tutti gli argomenti suoi per se. Che ciò è assai legger co [Page 243v] LIBBRO sa à dire & ad intendere. Alcuna volta puoi tu ricontare à tutte le parti che tu dici nel tuo divisamento, & che tu prometti di provare & di ricordare tutte le ragioni, & come tu l'hai provate & confermate, alcuna volta puoi tu dimandare gl'uditori, in questa maniera. Signori che domandate voi? che altra cosa volete voi piu? Io ve ho detto & provato questo & quell'altro, in tal maniera ricordi tuo detto & tuoi argomenti, che li uditori ricorderanno, che tu non habbi piu à provare. Alcuna volta puoi tu ricordare le ragioni di tuo adversario, & alcuna volta dire di sue ragioni & di suoi argomenti, appresso li tuoi, in tal maniera, che quando tu dici uno de gli argomenti di tuo adversario, tu dichi immantenente, come tu l'hai differmato. Che questa è una maniera di raccontare, perche gl'uditori si ricordino di tutto ciò, che tu hai confermato & differmato, Alcuna volta puoi tu nominare alcuno altro huomo, si com'elli parlasse, & metter sopra lui tuo riconto in questa maniera. Io v'habbo bene insegnato & mostrato questo & quell'altro, ma si fosse qui Tullio, che li adomanderesti piu? Alcuna volta puoti tu nominare alcun'altra cosa, che non sia huomo. Si come legge, o unaltro libbro, o una citta, o altre cose simiglianti, & mettere sopra lui tuo riconto, in questa maniera. Se la legge potesse parlare, non si ripiangerebbe ella dinanzi da voi & direbbe, che volete? che dimandate piu? Quando l'huomo pruova quello & quell'altro, & mostra chiaramente come voi havete udito contare. Et sappi che in queste due maniere, cioè d'unaltro corpo d'huomo, o d'unaltra cosa, puoi tu seguire tutte le varietà, che sono poste qui di sopra. Ma la generale dottrina di tutte maniere di ricontare si è, che ciascu [Page 244r] OTTAVO. 244 no di tuoi argomenti, tu sappi trasceglere & prendere quello che piu vale, & ricontarlo al piu breve, che tu puoi in tal maniera, ch'elli paia che la memoria sia rinovellata, & non el parlamento.

    Come nasce lo disdegnamento. Cap.65.

    Disdegnamento è quella fine del conto, in che il parlatore mette un corpo d'huomo, o altra cosa in grande odio, & in grande malavoglienza. Et sappiate, che questo desdegno nasce di quel medesimo luogo, diche nasce el confirmamento el disfirmamento, & de la proprietà del corpo & de la cosa, secondo che divisa il librro quà indietro in quel capitolo, [*] See Cap.48-50 che quelli son luoghi per li quali l'huomo può accrescere l'offese, & forfatti, & desdegni tutti. Ma non pertanto lo maestro insegna qui dottrina, che appartiene dirittamente à disdegno. Et nota che li luoghi che appartegnono à mostrare disdegno si è .15.

    1. Lo primo luogo di disdegno si è preso per autorità, cioè à dire, quand'io dico che la cosa è stata di grande istudio à dio, & à gl'huomini di grande autorità. Et ciò può essere mostrato per ragioni di fuori, o di divino comandamento, o di propheti, o di miracoli, o di simiglianti cose. Altresi può egli essere mostrato per ragioni di loro antichi, o di nostro signore, o de la citta, o de la gente, o di trasavi huomini, o del senato, o del popolo, o di quelli che fecerò la legge. Vero fu che quando Giuda abbandonò li discepoli, per la sua tradigione, gli altri Apostoli gittarò le loro sorte, per vedere chi dovesse essere messo in suo luogo. Le sorti venero sopra Mathia, & fu apostolo in luogo di Giuda. Ma s'egli sene fosse iscusato, et non fosse volute essere, l'huomo potrebbe mettere lo disde [Page 244v] LIBBRO gno sopra lui in questa maniera. Nullo ti dee amare, quando tu rifiuti quello che idio ha mostrato di queste sorte. Di questo essempio si passa lo maestro, perche basta bene ad intendere gli altri luoghi detti dinanzi.
    2. Lo secondo luogo di disdegno si è, quando el parlatore cresce lo forfatto per cruccio, & mostra à cui appartiene. Che s'egli è contra tutti gl'huomini, o contra li piu, cioè grande crudeltà, & se gliè contra li maggiori, che sono piu degni di noi, cioè grande disdegno. Et se ciò è contra nostri padri, cioè grande disdegno, et grande malvagità. Et se ciò è contra li fievoli cioè grande ferità.
    3. Lo terzo luogo di disdegno è preso, quando'l parlatore dice altre si come dimamdò lo male che ne può adivenire, s'egli altri faceano quello che suo adversario ha fatto. Et che se l'homo li perdona questo misfatto molta gente sene adira di fare cotali maggiori opere, onde puote adivenire grande pericoli,
    4. Lo quarto luogo è quando'l parlatore dice à giudici, che molte genti guardano, à quello ch'elli ordinaranno sopra quel misfatto, per sapere quello, che li convenia di fare s'elli perdonano allui.
    5. Lo quinto luogo è quando il parlatore dice, che tutti altri giudici fossero contra'l diritto, potrebbero essere amendati. ma questo peccato ha tale natura, che ciò che ne fia giudicato, una volta sarà stabilito, che non si potrebbe rimuovere per altra sentenza, o per giudicio d'alcuno.
    6. Lo sesto luogo si è, quando'l parlatore dice che suo adversario ha fatto cio appensatamente et per consiglio. Et che nullo de perdonare lo misfatto appensatamente, gia sia ciò, che l'huomo alcuna volta debbia perdonare à quelli, che operano contra loro grado, & nol sappiano.
    7. Lo settimo luogo si è quando'l parlatore si dice, che suo adversario, [Page 245r] OTTAVO. 245 per sua possanza & per sua ricchezza ha fatto una crudele cosa, & si desperata, come ch'ell'è à udire
    8. L'ottavo luogo si è, quando'l parlatore dice, ch'è una pessima cosa non fu unquanche veduta ne udita. Et che nullo tiranno, ne giudei, ne pagani, non l'osaro unque fare, et numera quelli, contra quelli acciò fatto, cioè contra suo padre, et contra suoi figliuoli, contra moglie, o contra suoi parenti, o contra suoi subditi, o contra suoi antichi, o contra suo hoste, o contra suo vicino, o suo amico, o suo compagno, o suo maestro, o contra morti, o contra prigioni, o contra fievoli, o contra quelli che non si muovono ad aiutare, come sono fanciulli, o vecchi, o femine, o malati, che di tutti cotali cose, nasce uno crudele disdegno, perche gl'uditori sono fieramente commotti contra quelli, che fanno cotali & simili opere.
    9. Lo non luogo è, quando'l parlatore ricorda unaltra grande malvagità provata, & dice che ciò che suo adversario ha fatto, è d'assai piu grave & di maggiore pericolo che quella altra.
    10. Lo decimo luogo è, quando il parlatore ricorda tutta quanta la bisogna per ordine, si come fu ne la cosa faciendola, & chi fu appresso, fino alla fine, & cresce lo desdegno de la crudeltà di ciascuna cosa per se, tanto come può, & lo dimostra à gl'uditori, si com'eglino l'havessero veduto in loro presenza.
    11. L'undecimo luogo è quand'l parlatore dice, che colui che ha ciò fatto, nol dovea fare, anzi doveva mettere l'anima el corpo, per difendere che ciò non fosse mai fatto.
    12. Lo duodecimo luogo è, quando'l parlatore dice si come per cruccio, che l'huomo ha ciò fatto allui prima, che mai non fosse fatto à nessuno.
    13. Lo tredecimo luogo è, quand'l parlatore oltra i mali che suo adversario gli ha fatto, elli dice molto crudeli mot [Page 245v] LIBBRO ti & riprozzi & minacce.
    14. Lo quartodecimo, luogo è quando'l parlatore priega gl'uditori, che li rechino sopra loro lo torto che l'huomo gli ha fatto, cioè à dire, che s'el male è di garzone ch'elli lo rechino sopra li loro garzoni, & se è di femina, che gli lo rechino sopra le loro femine.
    15. Lo quintodecimo è, quando lo parlatore dice, che ciò che gli è adivenuto dovrebbe essere paruto grave & crudele al suo adversario.

    Et in somma ciò ch'el parlatore dice per disdegno, elli lo de dire piu gravemente ch'elli mai può, si che muova li cuori de suoi uditori contra suo adversario, che questa è una cosa che molto aiuta à suo fatto, quando gl'uditori son mossi per cruccio contra lo suo adversario.

    De acquistare pietà. Cap.66.

    Pietà è uno detto, che alla fine acquista misericordia da gl'uditori. Et però el parlatore che vuole finire & conchiudere suo detto per pietà, de fare due cose.

    1. L'una è, che gli adolcisca li cuori in tal maniera, che non habbiano nullo turbamento contra lui. Et s'elli l'hanno, si li torni à bonarità.
    2. Laltra è, ch'elli facciano, che gl'uditori habbiano misericordia di lui, cioè à dire, che alloro pesassi di suo danno, però che quando gl'uditori sono acciò venuti, che gli sono di buono aire, & che non hanno nullo turbamento, & che alloro pesa del suo male, certo elli sono leggermente commossi à pietà.

    Et acciò fare, de el parlatore tornare al comune luogo, cioè à forza di fortuna, & alla fievolezza de gl'huomini. Che là ove tu dici bene queste cose, & non sarà di si duro cuore, ch'elli non torni à misericordia, et massimamente, quando penseranno, che l'altrui male possa venire sopra loro, & sopra le loro cose. [Page 246r] OTTAVO. 246 Et sappiate che li luoghi che appartegnono ad acquistare pietà sono sedici.

    1. Lo primo è quando'l parlatore conta li beni ch'elli solea havere in adietro, & mostra li mali che li conviene sofferire al presente.
    2. Lo secondo è, quando il parlatore mostra li mali che havuti in adietro, & quelli che ha al presente, & quelli che havra al futuro.
    3. Lo terzo luogo è, quando'l parlatore si compiange, & numera i suoi mali si come s'el padre piangesse la morte di suoi figliuoli, & nominasse lo diletto ch'elli haveadi sua gioventu, & la speranza ch'elli havea di lui, el grande amore che li portava, el sollazzo, el nutrimennto, & l'altre cose simili.
    4. Lo quarto luogo è, quando'l parlatore si compiange ch'egli ha sofferto, o che li conviene sofferire laide cose, o vili o di servitude, lequali non dovrebbe sofferire di ragione di suo tempo, o di suo lignaggio, o di sua fortuna, o di sua signoria, o per li beni ch'elli ha gia fatti.
    5. Lo quinto luogo è, quando il parlatore divisa inanzi à gl'uditori li mali che sono adivenuti allui, si com'eglino il vedessero. Che questa è una maniera, perche gl'uditori si comuovono altresi bene per la forza d'un fatto, come per la forza d'un detto.
    6. Lo sesto luogo è, quando'l parlatore demostra che per forza di sua speranza è venuto in mala ventura, o che là ov'elli attendeva, che di quel huomo, o di quella cosa li dovesse venire grandissimo prode, certo non è venuto, anzi ne caduto in grande malaventura.
    7. Lo settimo luogo è quando'l parlatore torna suo male verso gl'uditori, et priegali ch'elli isguardino, et che si ricordino di loro figliuoli, et di loro parenti et amici.
    8. L'ottavo è, quando'l parlatore mostra ch'el fatto sia adivenuto, o ciò che fu adive [Page 246v] LIBBRO nuto, che fatto non fu, secondo che disse la moglie di Pompeo. [*]
      ‘"Moglie in secondo nozze di Pompeo, seguí il marito in Oriente, e presso la costa egiziana assistette alla uccisione di lui (48 a.C.); Cicerone, 'De inv.' I, LV, 108. L'episodio della morte di Pompeo è narrato da Lucano, 'Pharsalia' VIII, vv.577 sgg."’(Einaudi 2007).
      [*] See Cicero's "De inventione" Bk. I, 108. [*] See Lucan's "Pharsalia" Bk. VIII, ll.577 sgg. ‘Lassa, disse ella, ch'io non fui alla sua fine. Io nol vidi. Io non udij la sua boce & la sua direttana parola, ne non ricevetti lo suo spirito.’ In questa maniera piangeva sua donna, & mostrava che ciò era fatto immantenente, mostrò come fu fatto lo sconvenevole, là ov'ella disse. ‘egli mori ne le mani de suoi nimici, egli giacque villanamente ne la terra de suoi guerrieri, & non hebbe sepoltura, ne punto d'honore à sua morte, & sua carogna fu lungamente tranata per le bestie salvatiche.’
    9. Lo nono luogo è, quando'l parlatore torna suo detto sopra alcuna bestia, o sopra alcuna cosa sanza senno, & sanza parlare. Che quest'è una maniera di parlare, che entra molto nel cuore de gl'uditori, si come fe la moglie di Pompeo. ‘Guardate, disse ella, come suo albergo piange, & sue robe, & suoi arnesi, suoi cavalli, & sue arme contano lo torto, che gliè fatto.’
    10. Lo decimo luogo è, quando'l parlatore di sua poverta & di sua malitia conta, si come fece la moglie di Pompeo. ‘Ha lassa, disse, com'io sono hoggimai povera, & ignuda sanza nullo podere. Io sarò hoggimai tutta sola, sanza signore, & sanza nullo consiglio.’
    11. Lo undecimo luogo è, quando'l parlatore parla di suo figliuolo, o di suo padre sotterrare. Si come fe Enea à sua gente, quando fu campate di Troia. ‘Io non so, disse egli, come sara di mia vita, o di mia morte intra tanti pericoli. Ma io lascio mio figliuolo tra le vostre mani. Io vi priego di lui & di mio padre, & ch'el mio corpo sia seppellito honorevolmente, se io muoro.’
    12. Lo duodecimo luogo è, quando l'huomo si diparte da quelle persone, cui elli ama teneramente, & mostra el dolore & danno che gli adiviene, o à quelli di sua [Page 247r] OTTAVO. 247 parte.
    13. Lo tredecimo luogo si è, quando'l parlatore si compiange, che tali genti li fanno male & noia, ch'elli dovrebbero fare bene & honore.
    14. Lo quartodecimo luogo è, quando lo parlatore priega humilmente gl'uditori, si come piangendo, che ellino habbino pietà di lui & del suo male.
    15. Lo quintodecimo luogo è, quando il parlatore non si duole di suo male, anzi compiange de la sciagura di suo amico, & di suoi parenti. Si come disse Cato contra quelli de la congiura di Roma. ‘Io non havrei cura di me, disse elli, ma e mi pesa molto de la distruttione di nostro comune, & di nostra gente.’
    16. Lo sestodecimo luogo è, quando il parlatore dice, che à lui pesa molto del male de glialtri ma non per tanto elli mostra bene d'essere forte, & di sofferire ogni pericolo, che li adiviene sovente à Principi de la terra & à glialtri c'hanno signoria & autorità & virtu, che dicessere alte parole, et mostrano franco cuore. gl'uditori se ne commovono in misericordia piu tosto & meglio, che per preghiera, o per humiltà. Et sappiate che questo è una maniera di parlare, à che si contornano tutti i contestabili & signori d'hosti, quando vogliono li loro huomini confortare alla battaglia.

    Hora havete uditi tutti i luoghi per acquistare la misericordia de gl'uditori, ma el parlatore dee molto guardare quando s'accorge che glianimi siano commossi à pietà, ch'elli non dimori in suo compianto. ma incontenente ponga sua fine al suo detto, anzi che gl'uditori escano de la pietà fuori. Che Apoles disse, ‘nulla cosa non sega si tosto come le lagrime.’

    De la diversità ch'è tra parlatori & dettatori, de la conclusione. Cap.67.

    Qui sono le tre parti de la dottrina, & de la conclu [Page 247v] LIBBRO sione, che appartiene à ben parlare, secondo la dottrina di Tullio. Ma li dettatori sono discordanti un pochetto, che ne la conclusione dee parlando comprendere lo parlatore sua dimanda, & la somma di suo ragionare, & fine à suo conto. Ma ne le lettre che l'huomo manda ad altrui, quando lo dettatore ha scritta la prima parte, cioè la salute, lo prologo, & la dimanda, & ch'elli dimanda, & priega quello che vuole, elli scrive immantenente el bene che può adivenire, se l'huomo fa sua richiesta, o'l male se nol fa, & fa fine à sua lettra. Et questa è sua conclusione. Qui tace el maestro à parlare di conclusione, per mostrare de l'altre dottrine.

    Come lo conto puote essere di meno de cinque parti. Cap.68.

    Fino à qui ha divisato el maestro le parti del conto, & ha mostrato diligentemente l'insegnamento, che acciò conviene secondo belle autorità di Tullio, et de glialtri maestri di rettorica. Et tutto ch'elli dice, che uno conto di bocca ha sei parti, & che una lettra n'ha cinque secondo che noi havemo udito qua à dietro, [*] See, perhaps, Cap.5, f202R.non per tanto la materia potrebbe essere di tal maniera, ch'ella non richiede tutte le parti dette dinanzi, anzi ha assai d'una parte sanza piu, o di due, o di tre, o di quattro, o di cinque, secondo la maniera del fatto. Et per meglio conoscere come ciò ti conviene sapere, che alcune di queste parti sono si substantiali, che l'huomo non può nulla dire se non per quelle. Si com'è lo fatto, è la dimanda, che sanza l'uno di queste due, non può essere alcuno conto, ne di bocca, ne di scrittura. Ma l'altre parti, cioè la salute, il prologo, e'l divisamento, confermamento, differmamento, & la conclusione, non sono del tutto de la sustanza del [Page 248r] OTTAVO. 248 conto. Che le lettre & messi possono alcuna volta essere sanza salute. O però che se un'altro aprisse le lettre, che non sapesse lo nome. O però ch'el messaggio è di tal maniera, ch'el messaggiere nominera l'uno & l'altro piu volte nel suo conto. Et allhora non ha in quella lettra, ne in quella ambasciata, ma che quattro parti dirittamente. Ma quando la maniera è si honesta, che ella per sua dignità piace à gl'uditori sanza nulla doratura di prologo, allhora si può l'huomo bene tacere lo prologo, & dire sua bisogna, secondo che havete udito qua à dietro, nel capitolo di prologhi. [*] See Cap.20 Altresi può l'huomo lasciare lo divisamento & la conclusione, & dire semplicemente el fatto & la dimanda. A questo potete voi intendere, che alcuna volta è assai à dire lo fatto solamente, in questa maniera, che noi siamo in Francia. Et alcuna volta basta la dimanda à dire sanza piu, in questa maniera. Io ti priego che tu sia prode huomo in questa guerra. Et alcuna volta basta l'uno & l'altro à dire in questa maniera. Voi vedete che noi semo venuti alla battaglia. Questo è lo fatto. Dunque che siati forti & arditi contra i vostri nimici, & questa è la dimanda. Et si come uno conto può essere, che l'una de le due, o quelle due, sieno accompagnate ad una, o à due, o à piu de l'altre parti dette dinanzi, secondo ch'el savio parlatore vede che convegna à sua materia.

    De le parti che hanno luogo diterminato & luogo stabilito. Cap.69.

    Et si come nel conto ha una parte sanza qual non può essere, cosi ne un'altra sanza laquale può bene essere. Altresi hanno elli si propij luoghi & si certi segni, che allhora non puote essere, & all'altre sono si mutabili, [Page 248v] LIBBRO ch'el parlatore può mutare di luogo in luogo, si come egli vuole. Che le salute non si possono mettere se none al cominciamento, et la conclusione alla fine, ma tutte l'altre parti può el parlatore porre fuori di loro luogo, secondo sua providenza. Ma di ciò si tace hora lo conto, perche el maestro dice de l'altre cese. Poscia ch'è veduto de lo amaestramento di rettorica, laqual fa qui fine. Et hora è da vedere de lo amaestramento del governare la citta & luoghi, loquale comincia in questa maniera.

    About this text

    Title: Il Tesoro / precettore del Diuino Poeta Dante nel qual si tratta di tutte le cose che a mortali se apertengono [excerpt].
    Author: Latini, Brunetto, 1220-1295
    Edition: Taylor edition
    Series: Taylor Editions: Treasures
    Editor: Edited by Sandro-Angelo de Thomasis.

    Introduction

    The text is taken from a 1528 print edition of the Italian translation of Li livres dou Tresor, which was originally written in ‘langues d’oïl’ (medieval French) by the Florentine politician and poet Brunetto Latini (ca. 1220-ca. 1294-5) during his exile in France (1260-1267). The identity of the translator, once attributed to Bono Giamboni, remains disputed. As the title of the print edition makes clear, Il Tesoro, precettore del Diuino Poeta Dante nel qual si tratta di tutte le cose che a mortali se apertengono, Latini is mostly remembered today for having been Dante Alighieri’s (the “Divino Poeta”) teacher. Nevertheless, the Tesoro is also an important text in a broader medieval trend of attempts at systematizing all knowledge. It is in fact considered by some as the first encyclopedia written in a modern European language (D’Agostino 1995). The most original section of this medieval encyclopedia is Book III, which is Book VIII in the print edition, that focuses on politics, the art of governing, and rhetoric. I am particularly interested in the section on the art of rhetoric, and these are my two principal questions: what are his sources? and how does he structure his information, that is to say, how does he apply the rhetorical principle of dispositio/? I ask these questions because Latini is considered as having “played an important role in the revival of the Herennian mnemonic” (Carruthers 2008, 155) and my current doctoral research is investigating the role this mnemonic system has played in the structure of Dante’s Divine Comedy.

    Bibliography

    1. Latini, Brunetto. Tresor. A cura di Pietro G. Beltrami, Paolo Squillacioti, Plinio Torri e Sergio Vatteroni. Einaudi, 2007.

    About this edition

    This is a facsimile and transcription of Il Tesoro / Precettore Del Diuino Poeta Dante Nel Qual Si Tratta Di Tutte Le Cose Che a Mortali Se Apertengono. Latini, Brunetto. Venice, 1528. It is held by the Taylor Institution Library (shelf mark: ARCH.8o.IT.1528).

    The transcription was encoded in TEI P5 XML by Sandro-Angelo de Thomasis.

    Transcribed from: Taylorian ARCH.8o.IT.1528 Images scanned from Taylorian ARCH.8o.IT.1528

    Availability

    Publication: Taylor Institution Library, one of the Bodleian Libraries of the University of Oxford, 2018. XML files are available for download under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License . Images are available for download under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License .

    Source edition

    Il Tesoro / precettore del Diuino Poeta Dante nel qual si tratta di tutte le cose che a mortali se apertengono [excerpt]. [Venice] : s.n. , MDXXVIII.  

    Editorial principles

    Created by encoding transcription from printed text.

    'nasal n's, q-dashes, and p-dashes have been translitterated, the vocalic 'v' has been standardized into its equivalent 'u', numbering and bullet points are also additions to render the text more clear